L’incidente che ha coinvolto Venerdì 11 Settembre l’autista Mario Carbonaro nella cava Rizzo in provincia di Enna non è solo un episodio di cronaca. È un simbolo. Un frammento di un’Italia che, nel settore dell’autotrasporto, sembra essere rimasta ferma a una pagina di Verga: quella di “Rossomalpelo“, il ragazzo condannato a lavorare nella cava, trattato come colpevole per
natura, sacrificabile, invisibile. Oggi, al posto del ragazzo dai capelli rossi, c’è l’autista contemporaneo.
E la cava non è più solo un luogo fisico: rappresenta l’intero sistema logistico nazionale.
Il caso Carbonaro: un uomo che sopravvive alla cava moderna

Secondo la L.A.A.I.S.N. (Lega Autisti Autotrasportatori Indipendenti Siciliani Nazionali), Carbonaro è “vivo per miracolo”.
Gravemente ferito durante le operazioni, è stato salvato dai colleghi. Un episodio che, per l’associazione, non è un’eccezione ma l’ennesima prova di “sicurezza fantasma” e di un settore che continua a ignorare la centralità dell’autista.
La cava di Verga come metafora nazionale
Nel comunicato della L.A.A.I.S.N. riecheggia un’Italia che non ha mai smesso di funzionare come la cava verghiana:
un luogo dove si lavora troppo e si è protetti troppo poco; dove il lavoratore è un ingranaggio, non una persona; dove la colpa ricade sempre su chi sta in basso, mai su chi decide dall’alto e che magari non presta troppa attenzione alla sicurezza dei suoi lavorati ma volge lo sguardo al profitto sempre e comunque.
Quello che è accaduto non è la fotografia geografica di un’estremo sud spesso abbandonato a se stesso ma una questione culturale. Molto spesso la gestione di queste cave è affidata ad aziende che non hanno alcun legame con il territorio: realtà lontane, con sedi a centinaia di chilometri, che calano dall’alto come padroni estranei, incapaci di cogliere la vita, la fatica e i pericoli di chi in quella cava ci lavora ogni giorno.
La cava, oggi, è “l’autotrasporto italiano”, da Torino a Bari, da Verona a Catania: un sistema che chiede rapidità, flessibilità, sacrificio, ma non restituisce tutela, sicurezza, rispetto.
Andreoli: “Politiche fallimentari, formazione inutile”
La presidente Tania Andreoli denuncia un settore che non ha mai riconosciuto l’autista come figura umana:
“Le politiche su trasporti, infrastrutture e appalti sono fallimentari. La Carta di Qualificazione del Conducente è un corso inutile, distante dalla realtà.”
Secondo Andreoli, la formazione obbligatoria non previene incidenti, non
protegge gli autisti, non migliora la sicurezza. È un rito burocratico che non tocca la realtà quotidiana.
Neri: “Ci costringono a fare tutto tranne gli autisti”
Il vicepresidente Giuseppe Neri aggiunge un elemento chiave: gli autisti vengono spinti a svolgere mansioni che non spettano loro. Tra le tante attività contestate: carico e scarico nelle piattaforme GDO(Grande Distribuzione Organizzata),serraggio degli pneumatici (attività sanzionabile),compiti da contabili, ragionieri, manutentori di cisterne e
vasche in sostanza un lavoratore tutto fare che non deve prestare attenzione al sol guidare.
“Poi lamentatevi che c’è una fuga di autisti.”
Una fuga che non riguarda una regione, ma l’intero Paese. Il vero problema: l’ignoranza sul ruolo dell’autista
La L.A.A.I.S.N. sostiene che le criticità del settore non derivano da accise o flotte monoveicolari, ma da una mancata comprensione del ruolo dell’autista.
Un errore culturale e politico che attraversa tutta l’Italia, non solo il Mezzogiorno.
Finché la priorità resterà “la rapidità per soddisfare committenti sempre più esigenti”, il settore continuerà a produrre incidenti, errori e sfruttamento.
Il caso Carbonaro dimostra che l’autotrasporto italiano è ancora intrappolato in una logica ottocentesca:
quella del lavoratore sacrificabile, invisibile, sostituibile. Come Rossomalpelo, gli autisti continuano a essere: colpevolizzati, sovraccaricati, non ascoltati, non protetti e stritolati dalla tenaglia mediatica che li dipinge spesso come il pericolo della strada e da quella politica faccendiera che tutto promette ma nulla risolve.
E finché non ci sarà un ricambio generazionale e culturale, il settore resterà fermo a quella cava, quella strada verghiana: un luogo dove si lavora, si rischia e si muore, mentre il Paese intero finge di non vedere.
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1 comment
Patrizia
finchè i sindacati e quelli che si spacciano per protettori della categoria tenderanno a volere la poltrona, nessuno farà gli interessi dei lavoratori.