Il discorso che spacca l’opinione pubblica
La Biennale Arte 2026 si è aperta con un discorso che ha spaccato l’opinione pubblica. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione, ha scelto di inaugurare la 61ª Esposizione Internazionale con parole che non sono semplici formule di rito, ma un manifesto politico e culturale:
“La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace”.
Short

L’arte sotto i veti ideologici
Un’affermazione che sembra ovvia, eppure ha scatenato polemiche. Perché? Perché in Italia e in Europa l’arte è sempre più sottoposta a veti ideologici, a controlli preventivi, a esclusioni che non hanno nulla a che vedere con la qualità artistica ma con l’appartenenza politica o di passaporto. Buttafuoco ha scelto di dire basta: l’arte deve essere libertà, audacia, rischio. Non un catechismo, non un regolamento di condominio.
L’etichetta del “discorso di destra”
Le sue parole hanno fatto discutere. Alcuni lo hanno applaudito, altri lo hanno subito etichettato: “discorso di destra”. È il riflesso condizionato di un Paese che non riesce a uscire dalla gabbia delle categorie novecentesche. Ogni volta che qualcuno parla di libertà, di autonomia, di rottura dei veti, scatta l’accusa: “sei di destra”. Ma davvero siamo ancora fermi a questo schema?

Sopra e sotto: la vera divisione
La verità è che la divisione non è più tra destra e sinistra. È tra sopra e sotto. Sopra: il potere, le élite, i comitati di affari, gli organismi transnazionali che decidono chi può parlare e chi deve tacere.
Sotto: noi, gli uomini, i cittadini, gli artisti che vogliono esprimersi senza chiedere permesso. La lotta vera è verticale, non orizzontale. E se non lo capiamo, resteremo intrappolati in dinamiche di conflitto che non servono a nessuno, se non a chi governa.
La Biennale come luogo di domande
Buttafuoco ha colpito nel segno proprio perché ha smascherato questa ipocrisia. Ha ricordato che la Biennale deve essere un luogo di domande, non di sentenze. Ha ribadito che l’arte non deve essere addomesticata per compiacere il potere. Ha trasformato le dimissioni di alcuni esperti in un’occasione di partecipazione, introducendo la giuria popolare. Un gesto che restituisce la Biennale al pubblico, non ai comitati.
Libertà contro censura
Chi lo accusa di essere “di destra” dimostra di non aver capito nulla. Non si tratta di destra o sinistra. Si tratta di libertà contro censura, di popolo contro potere. E chi oggi difende i veti, chi invoca esclusioni preventive, chi vuole trasformare la Biennale in un tribunale politico, sta dalla parte del sopra.
Il dibattito sui social
Io sono d’accordo con Buttafuoco. L’ho detto apertamente, l’ho pubblicato sui nostri canali: un video su Facebook e su TikTok di Radio28Tv. E ho visto le reazioni: tanti hanno applaudito, tanti hanno storto il naso. Ma il punto è proprio questo: aprire il dibattito, costringere la gente a domandarsi. Non esiste più la comfort zone del “né di destra né di sinistra”. Esiste la scelta: libertà o controllo.
La Biennale come simbolo
La Biennale 2026 è già diventata un simbolo. Non per le opere esposte, ma per il discorso inaugurale. Buttafuoco ha messo sul tavolo la questione centrale del nostro tempo: chi decide cosa è arte, chi decide cosa si può dire, chi decide cosa si può mostrare. Se la risposta è “il potere”, allora la Biennale è morta. Se la risposta è “il pubblico”, allora la Biennale è viva.
Domanda finale
Ecco perché questo editoriale non è un elogio personale, ma un invito collettivo. Non lasciamoci intrappolare dalle etichette. Non accettiamo la riduzione del dibattito a slogan di partito. Guardiamo la realtà: sopra e sotto. Sopra, il potere che censura. Sotto, noi che resistiamo. La domanda finale è semplice e brutale: volete un’arte libera o un’arte controllata? Volete una vita libera o gestita? Magari da qualche algoritmo.
La Biennale è il campo di battaglia. I muri sono trincee di battaglia. I nostri articoli sono lame scintillanti nella battaglia contro il potere del pensiero unico dominante ed il discorso di Buttafuoco è un colpo sparato in questa guerra culturale.
