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La mossa silenziosa dello Zambia e la strategia discreta della Cina in Africa

di Leonardo Lisanti • 3 Febbraio 2026 • Commenti di 0 utenti
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La decisione dello Zambia di accettare lo yuan per il pagamento delle tasse minerarie non è un episodio isolato né un gesto simbolico. È il risultato di un processo lungo vent’anni in cui la Cina ha costruito, con discrezione e continuità, una presenza economica in Africa che oggi appare strutturale. La notizia, riportata da diverse testate africane e internazionali, si inserisce in un contesto in cui Pechino è diventata il principale partner commerciale del continente e un attore centrale nella gestione delle sue risorse strategiche.

zambia china
investimenti Cina in Africa

La politica economica dello Zambia

Per comprendere la portata della scelta zambiana occorre guardare al cuore della sua economia. Il rame rappresenta quasi il settanta per cento del valore delle esportazioni nazionali e molte delle miniere sono partecipate da gruppi cinesi. Gran parte del metallo è destinato al mercato di Pechino, e una quota significativa del debito pubblico del Paese è denominata in yuan. Accettare la valuta cinese per le tasse minerarie significa ridurre i costi di cambio, alleggerire la pressione sulle riserve in dollari e allineare entrate e obblighi finanziari. È una scelta razionale dal punto di vista contabile, ma il suo significato geopolitico è molto più ampio.

In Africa, non è prassi che decisioni operative di questo tipo vengano annunciate con comunicati formali e dettagliati. Molti Paesi preferiscono aggiornare i meccanismi fiscali e valutari attraverso direttive tecniche, consultazioni settoriali e modifiche procedurali, senza trasformare ogni passaggio in un atto politico pubblico.

È esattamente ciò che emerge dal documento ufficiale della Bank of Zambia, le Currency Directives 2025, pubblicate il 26 dicembre 2025. Il testo non menziona direttamente lo yuan, ma conferma che la banca centrale ha lavorato a lungo con il settore minerario per ridefinire il quadro valutario e che sono previste eccezioni specifiche per alcune categorie di transazioni. Inoltre, chiarisce che le direttive non si applicano alle transazioni internazionali, aprendo di fatto la strada all’uso di valute estere, come lo yuan, nei rapporti tra compagnie minerarie a partecipazione straniera e lo Stato. Il documento è pubblicato e consultabile sul sito ufficiale della Bank of Zambia.

Questo elemento è fondamentale: non esiste un comunicato che dica esplicitamente “lo Zambia accetta lo yuan per le tasse minerarie”, ma esiste un quadro normativo che rende questa prassi pienamente coerente con le direttive della banca centrale. È un modo di procedere tipico di molti Paesi africani, dove la comunicazione istituzionale privilegia la forma tecnica rispetto all’annuncio politico.

La Cina, dal canto suo, ha costruito la sua presenza in Africa attraverso una strategia che non fa affidamento su proclami, ma su infrastrutture, finanziamenti e accordi bilaterali. In Etiopia ha realizzato la ferrovia Addis Abeba–Gibuti, in Kenya la Standard Gauge Railway, in Angola ha legato prestiti alle esportazioni di petrolio, nella Repubblica Democratica del Congo ha stretto joint venture per rame e cobalto, in Egitto ha investito nella zona economica del Canale di Suez. È un mosaico di accordi che coinvolge più di cinquanta Paesi africani e che ha generato oltre 150 miliardi di dollari di finanziamenti dal 2000 a oggi.

Aiuti cinesi allangola
Aiuti cinesi all’Angola

Cina e Occidente: due modelli a confronto

L’Occidente, invece, appare spesso concentrato su dichiarazioni politiche e iniziative diplomatiche di alto profilo, mentre la sua presenza economica nel continente si riduce. La quota del commercio Africa–UE è in calo costante da vent’anni, mentre quella con la Cina ha superato i 250 miliardi di dollari annui. Gli Stati africani non stanno “scegliendo” Pechino per ragioni ideologiche: stanno scegliendo chi è presente, chi costruisce, chi finanzia, chi offre soluzioni immediate.

In questo quadro, la scelta dello Zambia assume un valore simbolico e operativo allo stesso tempo. Accettare lo yuan nelle entrate fiscali significa riconoscere la valuta cinese come strumento di stabilità economica. È una crepa silenziosa nell’ordine monetario dominato dal dollaro, un segnale che la competizione globale non si gioca più soltanto sul piano delle dichiarazioni politiche, ma su quello dei meccanismi concreti: valute, debiti, infrastrutture, flussi commerciali. La Cina avanza senza clamore, attraverso una rete di accordi che ridisegna gli equilibri del continente. L’Occidente, invece, rischia di scoprire troppo tardi di essere stato progressivamente marginalizzato.

Lo Zambia non ha aperto una frattura improvvisa, ma ha reso visibile un processo già in corso. La geopolitica del futuro si misurerà nella valuta con cui si pagano le tasse, nelle infrastrutture che collegano i porti ai mercati, nei debiti che determinano la stabilità di un Paese. In questo scenario, la Cina ha scelto la via del silenzio operativo. L’Occidente continua a parlare molto e a costruire poco. E in Africa, come altrove, la differenza tra parole e infrastrutture sta diventando la linea di confine tra influenza e irrilevanza.

La geopolitica non si manifesta con i colpi di scena, con dichiarazioni roboanti magari tramite mezzo social ma con gli spostamenti lenti e profondi che cambiano la direzione della storia. Lo yuan nelle casse dello Zambia non è un’anomalia: è un indizio. Un indizio di un mondo che si sta riorganizzando senza aspettare il permesso di nessuno. L’Africa non è più il terreno di gioco: è diventata un giocatore. E la Cina, da vent’anni, è l’unica potenza che ha capito come parlare la sua lingua. La scelta dello Zambia non è un caso isolato, ma parte di una trasformazione più ampia che coinvolge valute, infrastrutture e rapporti di forza. La Cina ha investito in Africa con continuità e metodo. L’Occidente ha privilegiato la retorica e la semplice attuazione di forme di neo-colonialismo che il nostro lungimirante Enrico Mattei stava già combattendo.

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