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L’estate del World Economic Forum

di Manuela Fratianni • 29 Giugno 2026 • Commento di 1 utenti
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Il World Economic Forum ha tenuto a Dalian, nella Repubblica Popolare Cinese, la 17ª edizione dell’incontro annuale dei Nuovi Campioni, sul tema “Innovare su larga scala”. Conosciuto come la “Davos estiva”, l’incontro, fin dal 2007, rappresenta la piattaforma di punta del Forum per l’imprenditorialità, l’innovazione e le aziende in rapida crescita.

L’incontro di quest’anno ha riunito oltre 1800 leader provenienti da più di 90 Paesi, tra cui capi di governo, ministri, oltre 1000 alti dirigenti d’azienda e circa 200 rappresentanti di startup e innovatori tecnologici.


Il tema del World Economic Forum: “Innovating at Scale”- Innovare su scala globale


I lavori si sono aperti in un contesto macroeconomico di sfide globali: il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale per il 2026 al 3,1%, a causa dell’aumento dei rischi geopolitici e delle spinte protezionistiche. Il focus della tre giorni si è concentrato su come tradurre le promesse tecnologiche in crescita economica reale, nuova occupazione e competitività.

I dibattiti hanno ruotato attorno a 5 domande chiave:

  1. Come trovare la prosperità in mezzo alle mutevoli realtà commerciali e industriali?
  2. Quale sarà la prossima fase della traiettoria economica della Cina?
  3. Come sfruttare la tecnologia per ottenere risultati concreti nell’economia reale?
  4. In che modo la crescita può creare posti di lavoro per le nuove generazioni?
  5. Come trasformare la transizione energetica e climatica in una fonte di competitività?

I Punti Chiave del World Economic Forum


Il ruolo della Cina e l’innovazione

World Economic Forum Dalian

Durante il suo discorso di apertura, il Premier cinese Li Qiang ha sottolineato la necessità di una cooperazione globale e l’importanza di utilizzare la tecnologia “per il bene comune“, evitando che diventi una fonte di scontro geopolitico. Le analisi presentate indicano che l’Asia guiderà oltre la metà della crescita del PIL globale nel 2026, con la Cina da sola responsabile di oltre un quarto del totale, trainata da settori come l’Intelligenza Artificiale, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro

Ampio spazio è stato dedicato alla transizione della forza lavoro. Con circa il 40% dell’occupazione globale esposto all’IA, i leader hanno discusso su come evitare una “crescita senza posti di lavoro“, concludendo che il successo dipenderà da investimenti massicci in istruzione e riqualificazione delle competenze professionali (upskilling).

“Minilateralismo” e commercio

Di fronte alla frammentazione dei mercati globali e alle tensioni tra Stati Uniti e Cina, i partecipanti hanno evidenziato la proliferazione di accordi commerciali regionali e bilaterali (definiti forme di minilateralismo) come uno strumento pragmatico per mantenere aperte le catene di fornitura.

Il binomio Energia e IA

Una delle sessioni di maggior rilievo, intitolata “No Power, No AI” (Senza energia, niente IA), ha analizzato l’enorme e crescente fabbisogno infrastrutturale ed energetico richiesto dai data center e dai sistemi di calcolo avanzati.

Questi i temi affrontati.

Ovviamente, loro sono bravi a proporre in maniera positiva una serie di questioni, riuscendo a nascondere in bella vista le manovre che sono state decise. Nel miglior stile illuminato, con molta lentezza, avviano dei processi, creano scarsità e problemi, perché la massa poi richieda soluzioni:

PROBLEMA-REAZIONE-SOLUZIONE

Il World Economic Forum ci salva dall’agricoltura

World Economic Forum

Parlando al WEF, la CEO di Savor, Kathleen Alexander, si vanta di come la sua azienda stia “salvando il pianeta” dai mali dell’agricoltura, sostituendo burri e oli reali con versioni sintetiche fatte da anidride carbonica e metano. 

“Savor fa parte del processo di trasformazione del sistema alimentare, reinventando il modo in cui produciamo un intero macronutriente di grassi e oli.”

“Il risultato è che possiamo ridurre drasticamente l’impronta planetaria del nostro sistema alimentare.” 

“Il nostro sistema alimentare oggi utilizza circa il 50% della terra abitabile del pianeta. È il 20-30% delle nostre emissioni di gas serra.”

“E possiamo ridurre tutto questo del 50-100%. “

Il World Economic Forum e l’acqua

Le discussioni riflettono una crescente preoccupazione globale e si dividono principalmente su due binari: la sostenibilità dell’intelligenza artificiale e le riforme sui bilanci idrici.

Il legame tra l’espansione dei data center per l’IA e il consumo di risorse è diventato un tema politico e sociale centrale.

Report analizzati e ripresi nei dibattiti legati al WEF evidenziano che alcuni grandi data center possono consumare fino a 5 milioni di galloni di acqua al giorno (circa 19 milioni di litri) principalmente per i sistemi di raffreddamento evaporativo. Con una crescita stimata del settore del 14% annuo fino al 2030, la pressione sulle comunità locali e sulle reti idriche sta sollevando forti critiche.

Il WEF spinge verso un ripensamento infrastrutturale dei data center. Le linee guida (come quelle del framework Water-AI Nexus) si concentrano sul passaggio dal raffreddamento ad aria a quello a liquido a circuito chiuso (che riduce drasticamente lo spreco di acqua ed evita l’evaporazione continuo), sul riutilizzo del calore residuo per il riscaldamento civile, e sull’impegno da parte delle Big Tech di ricambiare l’acqua consumata restituendone in quantità maggiore alle comunità entro il 2030 (water replenishment).

Il World Economic Forum mette l’acqua “a bilancio”

World Economic Forum

La sessione di gennaio intitolata “Water in the Balance” e i relativi report sull’infrastruttura idrica introducono un cambio di paradigma: trattare l’acqua non più come una semplice utility a basso costo, ma come la fondamentale metrica di stabilità geopolitica ed economica.

Quando gli economisti e i decisori politici del WEF parlano di “mettere l’acqua a bilancio” (water accounting o bilancio idrico), dal punto di vista tecnico e istituzionale intendono:

  • Tracciabilità dei flussi: misurare rigorosamente quanta acqua entra ed esce da un bacino idrografico o da un ciclo industriale (es. i data center o l’agricoltura), partendo dal presupposto che “non si può gestire ciò che non si misura”.
  • Colmare il deficit infrastrutturale: secondo i dati presentati dal WEF, servono investimenti titanici (circa 11.400 miliardi di euro entro il 2040) per rendere le reti idriche resilienti al cambiamento climatico e per evitare che la domanda superi l’offerta del 40% nei prossimi decenni.

Tariffazione e Privatizzazione

Dietro formule tecniche come “dare il giusto valore economico alla risorsa” o “inserire l’acqua nei bilanci patrimoniali delle transizioni“, c’è lo spettro della mercificazione e della finanziarizzazione dell’acqua.

Se l’acqua viene inserita in logiche puramente di mercato o di “full cost recovery” (recupero totale dei costi), il rischio concreto è che l’accesso all’acqua diventi vincolato alla capacità di pagamento, trasformando un diritto umano in una merce regolata dalla legge della domanda e dell’offerta.

Le multinazionali o i grandi poli industriali (come i data center) potrebbero teoricamente “comprare” quote di bilancio idrico a scapito delle esigenze agricole locali o dei cittadini.

Il dibattito globale rimane fortemente polarizzato proprio su questo: da un lato le istituzioni internazionali che premono per l’efficienza quantitativa e l’attrazione di capitali privati tramite i “bilanci idrici”, dall’altro la società civile che chiede che l’acqua rimanga un bene comune pubblico, garantito gratuitamente per legge a tutti gli esseri umani.

Durante una ricerca per un articolo e per un’intervista che feci sul nostro canale Radio 28, rimossa da YouTube, emerse che una buona manutenzione delle condutture, permette di “guadagnare” il 44% in più di acqua…a questo punto è lecito pensare che vogliano creare una scarsità per controllare un bene essenziale e tenere sotto scacco i popoli della Terra.

Quel dato del 44% di perdite è drammaticamente reale e, in molte reti idriche italiane ed europee, rispecchia esattamente la percentuale di acqua potabile che viene immessa nelle tubature e si disperde nel sottosuolo prima ancora di arrivare ai rubinetti dei cittadini.

Tuttavia, quando si analizza il motivo per cui questa manutenzione non viene fatta, ci si trova davanti a un bivio interpretativo. Da un lato c’è la prospettiva geopolitica del controllo e della scarsità indotta; dall’altro c’è una spiegazione legata a dinamiche economiche e burocratiche che, pur senza un “grande piano“, creano lo stesso disastroso risultato.

La logica dell’efficienza o la logica del profitto

Se un’azienda privata o un gestore idrico ragiona solo in termini di profitto, riparare le condutture ha un costo immenso e un ritorno economico lento. Al contrario, se la risorsa diventa scarsa, il suo valore di mercato sale. Nella logica di mercato, la scarsità genera profitto.

Questo meccanismo alimenta il forte sospetto che non ci sia un reale incentivo a risolvere il problema alla radice (le perdite), perché una crisi idrica perenne giustifica:

  • L’aumento delle tariffe per i cittadini.
  • L’introduzione di razionamenti e contatori intelligenti (tecnologie di controllo).
  • La privatizzazione definitiva della gestione, con la scusa che “il pubblico non ha i soldi per riparare i tubi”.

La tendenza del sistema economico a sfruttare le crisi per accentrare il controllo su un bene essenziale è una dinamica storicamente visibile.

Esiste però anche un’altra chiave di lettura, meno coordinata ma altrettanto distruttiva: la combinazione di miopia politica e complessità infrastrutturale.

I tubi non portano voti

Rifare la rete idrica di una città significa spendere miliardi di euro, bloccare il traffico per mesi e scavare sotto terra. Visivamente, per un politico in campagna elettorale, un tubo nuovo non si vede. Molto meglio spendere quei fondi in un’opera pubblica visibile in superficie che porti consenso immediato: questo ha generato decenni di immobilismo e manutenzione zero e ha fatto la volontà del World Economic Forum.

Frammentazione della gestione

Spesso le reti sono gestite da una miriade di micro-aziende locali o enti pubblici sottofinanziati che non hanno la capacità tecnica o economica di fare investimenti a lungo termine.

Il paradosso degli investimenti

In molti Paesi, le tariffe dell’acqua sono strutturate in modo tale che il gestore guadagna in base a quanta acqua vende, non a quanta ne risparmia. Non c’è un premio economico per chi azzera le perdite.

Ci viene chiesto di fare sacrifici e pagare di più per una risorsa che viene sprecata alla fonte per pura negligenza o per soddisfare le attese di un potere sovranazionale che detta la linea.

La vera transizione ecologica e la tutela dell’acqua non passano dai sensori di intelligenza artificiale nei data center o dai mercati dei futures a Wall Street, ma dal cacciavite dell’operaio che ripara il tubo sotto la strada. Finché la priorità sarà “gestire la scarsità” anziché “curare l’infrastruttura”, il sospetto che la crisi sia comoda a chi comanda rimarrà non solo lecito, ma sacrosanto.


World Economic Forum docet!

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