
Il motore è acceso, e dopo la pausa estiva sono tornata a scrivere, più determinata che mai. Ho esitato prima di pubblicare questo articolo: la storia appassiona, certo, ma l’economia? È come entrare in un campo minato. Basta un termine fuori posto o un tema scomodo per scatenare reazioni pavloviane: concetti radicati che fanno scappare il lettore, come se il solo toccarli fosse blasfemia. Ma se ho iniziato a scrivere, è stato per costruire un mondo migliore per mio figlio, con fatti, non opinioni.
Oggi, la mia lente si posa sui BRICS: quell’alleanza economica che i media dipingono come una novità, ma che in realtà affonda le radici nel 2009, quando Brasile, Russia, India, Cina, e poi il Sudafrica si unirono in una coalizione che ora ha un nuovo proposito. E non sono soli: alle porte troviamo Etiopia, Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti, con l’Arabia Saudita pronta a saltare a bordo. Questa alleanza è molto più di un consorzio commerciale; sembra piuttosto voler riscrivere le regole del potere globale.
Al recente vertice di Kazan, Putin ha accolto i rappresentanti di 44 nazioni, in un incontro che è stato molto più di una passerella diplomatica. È stato un messaggio al mondo: qui, con metà della popolazione mondiale e una larga fetta di risorse naturali, sta nascendo un blocco che intende spostare l’ago della bilancia. Con l’Arabia Saudita, i BRICS controlleranno anche buona parte delle risorse petrolifere mondiali, grazie al supporto dell’Iran. È un fronte dichiarato: un Sud globale che si oppone all’Occidente, capitanato dagli USA e dai suoi fedeli alleati.
La strategia? Semplice ma incisiva: costruire una rete di commercio e pagamenti alternativa al sistema SWIFT, che per decenni ha mantenuto l’Occidente al centro della finanza globale. Non vogliono eliminare il dollaro, ma ridimensionarlo, almeno nelle transazioni interne. Un progetto che ribolliva sotto la superficie da anni, e che la guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia hanno reso urgente. Mosca, da “isolata”, è diventata il cuore pulsante di un’alleanza globale, raccogliendo intorno a sé tutti i paesi non allineati alla NATO.
Oggi, sembra che i BRICS rappresentino una via d’uscita per molte nazioni in via di sviluppo, rimaste finora incatenate alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. Finalmente, vedono una strada alternativa, finanziata e supportata dalla Cina con la sua Belt and Road Initiative. Ma di questo parleremo più avanti. Oggi inizieremo a scavare nelle origini dei BRICS, per comprendere perché questo nuovo sistema non sia altro che una riedizione espansa di Bretton Woods.
Nel prossimo articolo analizzerò la Dichiarazione di Kazan, firmata il 23 ottobre, e poi esamineremo questo sistema di commercio e pagamenti, attraversando un dibattito con Alex Christoforou e Alexander Mercouris, due voci molto seguite a livello internazionale, lodate persino da Robert Kennedy Jr. per la qualità delle loro analisi. Su The Duran, il loro canale YouTube, discutono di geopolitica, rispondono al pubblico e ospitano esperti come in questo caso. Mercouris, inoltre, gestisce un suo canale dedicato a offrire aggiornamenti su Ucraina, Russia, BRICS, Israele, Gran Bretagna e altri temi di rilievo. Entrambi, con il loro orientamento di sinistra, portano avanti un’analisi che ben si sposa con la visione alternativa del movimento BRICS.
E allora, cominciamo questo viaggio nel tempo per capire come il nuovo sistema dei BRICS non sia altro che una riedizione di Bretton Woods, ampliata e riadattata per un mondo diverso. Vedete, una cosa è certa: i vampiri globalisti, quei succhiasangue che guidano dall’ombra, hanno un bisogno irresistibile di raccontarci i loro piani, lasciandoli in bella vista come una sorta di “verità inevitabile”. E così facendo, paralizzano la resistenza, instillando la convinzione che l’unico futuro possibile sia quello che ci stanno preparando.
Il World Economic Forum (WEF) non fa mistero di questa strategia, esponendo sul proprio sito parole semplici ma potenti: “Il panorama geopolitico sta subendo una profonda trasformazione, dando origine a un ordine mondiale che è sia multipolare che multiconcettuale”. Questo concetto di “profonda trasformazione” è la spina dorsale della tesi del Great Reset, tanto cara a Klaus Schwab e al suo esercito di “vampiri utili”.
Ora, bevono davvero sangue e mangiano bambini? Non posso dirlo con certezza, dato che non ho mai ricevuto inviti a uno dei loro banchetti occulti. Tuttavia, non possiamo negare il fascino oscuro di queste storie. Sul sito del WEF, nella sezione riservata agli iscritti più “influenti”, si trova un articolo senza firma (forse Schwab stesso?) che descrive in dettaglio come il potere globale si stia riequilibrando. Ciò che una volta era la bipartizione della Guerra Fredda e poi l’unipolarismo a guida americana si sta ora trasformando in una fase di diffusione del potere. Al centro di questo sconvolgimento c’è il rapporto mutevole tra Stati Uniti e Cina, una rivalità che ora coinvolge una schiera di paesi: Russia, India, diversi Stati europei, il Medio Oriente e gran parte del cosiddetto “Sud globale”.
Per decenni, ci hanno raccontato che il modello di governance “finale” era la democrazia liberale. Fu Francis Fukuyama, con il suo famoso libro The End of History, a sostenere che la storia dell’evoluzione politica si sarebbe conclusa con il trionfo della democrazia liberale occidentale. La fine della Guerra Fredda avrebbe dovuto segnare l’inizio dell’espansione dell’Impero americano, fino a raggiungere un sistema globale di democrazia neoliberale. Un sogno, se vogliamo, di “Stati Uniti del mondo”: un governo unico con un sistema giuridico universale, che avrebbe garantito diritti civili e democrazia per tutti i cittadini del pianeta.
Sebbene sia vero che l’Unione Europea rappresenti un modello per il World Economic Forum, il WEF non è tanto ingenuo da seguire l’utopia democratica di Fukuyama. Il motivo è semplice: a differenza del suo illustre sostenitore, il WEF non ha alcun interesse per la democrazia, né tantomeno per i diritti civili e le libertà che ne derivano. Il vero modello da seguire, infatti, è quello suggerito dal maestro di Fukuyama, Samuel P. Huntington, e il suo piano per un mondo diviso ma controllato è molto più allineato alla fredda visione di realpolitik che il WEF sembra preferire.
Huntington, nel suo saggio “The Clash of Civilizations”, confutava l’ottimismo di Fukuyama e del suo sogno di un ordine liberale. Dopo cinquant’anni come docente ad Harvard e alla Columbia, e un ruolo di consigliere speciale per le amministrazioni di Carter e Reagan, Huntington era un membro chiave della Commissione Trilaterale di Rockefeller, insieme a Zbigniew Brzezinski, autore del celebre manifesto di egemonia americana, The Grand Chessboard.
In “Clash of Civilizations”, Huntington sosteneva che il mondo non si stava dirigendo verso una piatta e unica democrazia liberale, ma verso un modello multipolare di “civiltà”, blocchi di potere divisi ma raggruppati in poli religiosi ed etnici. Henry Kissinger, il grande maestro della realpolitik, salutò entusiasta quest’opera come “uno dei libri più importanti dopo la Guerra Fredda”. Anche Brzezinski, inizialmente scettico, rimase conquistato dal concetto multipolare: ”Un’opera che rivoluzionerà la nostra comprensione degli affari internazionali”.
Brzezinski aggiunse la sua approvazione nell’edizione del 2011, ammettendo che Huntington aveva colto nel segno, fornendo “intuizioni vitali non solo per comprendere gli affari mondiali, ma anche per plasmarli in modo intelligente”. Una posizione che contrastava apertamente con la visione esposta nel suo stesso The Grand Chessboard del 1997, dove Brzezinski descriveva la geostrategia americana in termini tanto chiari quanto brutali: “Per gli Stati Uniti, la strategia eurasiatica consiste nel controllare gli stati dinamici e gestire attentamente i catalizzatori geopolitici, preservando il dominio a breve termine dell’America e, a lungo termine, guidando una cooperazione globale istituzionalizzata. Come gli antichi imperi, gli imperativi sono semplici: prevenire collusioni, mantenere la sicurezza dei vassalli e, soprattutto, evitare che i ‘barbari’ si uniscano”.
Il Great Multipolar Reset del WEF non è altro che un progetto di collusione, una fusione astuta di vassalli e una strategia ben studiata per unire tutti i “barbari” del mondo. Ma non parliamo più di conquista e confronto imperialista; questa volta si tratta di una cooperazione attiva, una collaborazione tra i tributari. Klaus Schwab e il suo esercito di vampiri globalisti stanno portando ogni “barbaro” al tavolo delle trattative, offrendo a ciascuno tutto ciò che desidera, in cambio di un’alleanza incrollabile e un’obbedienza cieca alla visione del WEF di un futuro distopico fatto di uno stato di sorveglianza globale.
La Grande Alleanza
Dietro a tutto ciò c’è il secondo pezzo dell’accordo, una parte che avrà ripercussioni enormi per l’America e l’Occidente: il WEF sta garantendo che l’America sarà messa in ginocchio. Dopo decenni di guerre, invasioni, sanzioni e manipolazioni che hanno seminato rabbia in ogni angolo del pianeta, i BRICS e il Sud globale non vedono l’ora di sottoscrivere questo patto. Ma come si realizzerà la distruzione dell’Occidente? Ecco alcuni dei piani “nefasti” in atto:
- Svuotare le casse con guerre inutili – I dollari dei contribuenti vengono incanalati in guerre di logoramento senza fine, come in Afghanistan e ora in Ucraina. Questi conflitti si traducono in schemi di riciclaggio di denaro che arricchiscono banche, produttori di armi e compagnie petrolifere, lasciando l’Occidente esausto.
- Inondare l’Occidente di migranti – Milioni di rifugiati, in gran parte musulmani sfollati dalle guerre americane in Medio Oriente, vengono ora spinti verso l’Occidente, aggiungendo tensione a una classe operaia già in declino. Il Regno Unito ha già visto proteste e rivolte, e questa rabbia servirà da benzina per ulteriori conflitti, in un ciclo che non sembra avere fine.
- Ignorare lo sviluppo interno – Mentre gli Stati Uniti trascurano ponti, tunnel e centrali, la Cina costruisce 46.000 chilometri di ferrovie ad alta velocità. L’America, l’Occidente, intanto, continuano a regredire infrastrutturalmente, senza una vera visione per il futuro.
- Delocalizzare l’industria e i posti di lavoro – A partire dagli anni ’70, con l’accordo tra Kissinger e Mao Tse Tung, gli Stati Uniti hanno trasferito fabbriche e lavori in Cina e in altri paesi asiatici, trasformando questi ultimi nella “fabbrica del mondo” e lasciando vuoto il proprio settore industriale.
- Svuotare l’economia americana – La ricchezza dell’America è stata trasferita ai globalisti in due atti: prima con il crollo dei mutui subprime nel 2008 e poi con la pandemia, che ha portato alla chiusura di migliaia di piccole imprese, mentre le grandi catene prosperavano.
- Inondare l’Occidente di sostanze stupefacenti – Oppioidi come il fentanyl, droghe come MDA, ketamina, ecstasy e marijuana ultra-potente sono oggi largamente disponibili, creando una sottocultura di emarginati e senzatetto. È una crisi tossica che colpisce direttamente la stabilità sociale dell’Occidente.
- Creare una polarizzazione estrema sui social media – I social network vengono usati per seminare divisione, mantenendo destra e sinistra in uno stato di furia perpetua. Eventi sotto falsa bandiera, progettati per provocare reazioni forti, fanno sì che il malcontento non si diriga mai contro i veri responsabili.
Il piano è semplice e diabolico: frammentare l’Occidente, destabilizzarlo dall’interno, e lasciare che i suoi “vassalli” e “tributari” sostengano la nuova era tecnocratica promossa dal WEF. Dietro ogni passo, un obiettivo più grande: un mondo di fedeltà cieca a un futuro senza confini, governato da un’élite tecnocratica.
Quando i Nemici Vanno a Letto Insieme
Parlando di Clash of Civilizations, la sintesi è semplice: Fukuyama aveva torto, Huntington aveva ragione. Huntington capì che il mondo si stava muovendo in una direzione inevitabile, una direzione organica e implacabile. L’evoluzione politica, come tutti i processi evolutivi, è una forza inarrestabile: ci sono leggi della natura a cui nessuno può sfuggire — gravità, morte, tempo, evoluzione… e ora anche i blocchi di potere globali.
L’umanità si è sviluppata partendo da tribù primitive, passando per clan, villaggi di mercato e città-stato, fino a giungere alle monarchie feudali e al sistema di stati nazionali della Westfalia. Ora, siamo testimoni del collasso di quel sistema westfaliano, sostituito da blocchi transnazionali che si stanno formando seguendo linee tracciate da millenni di storia: etnia, religione e geografia. Nel mondo globalizzato di oggi, le nazioni non hanno altra scelta che unirsi in blocchi economici, per poter competere e difendersi.
Questi blocchi emergenti, come predetto da Huntington, ricalcano una mappa che sembra uscita dalla storia stessa, una suddivisione naturale in “mega-regioni” che riflettono antiche alleanze e divisioni culturali. E non è un caso che, in uno dei suoi ultimi discorsi, Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, abbia parlato di regionalismo, un principio che sembra incarnare la nuova filosofia geopolitica globale.
I padri fondatori della Carta delle Nazioni Unite compresero già allora l’importanza dell’azione regionale, ma è con l’Agenda 2030 che l’apprezzamento per il regionalismo è stato portato a nuovi livelli. Ban Ki-moon ha sottolineato come i leader mondiali abbiano riconosciuto il “ruolo cruciale della cooperazione regionale” per affrontare le questioni globali: commercio, sicurezza alimentare ed energetica, cambiamento climatico, connettività e persino la gestione delle epidemie.
“Ogni giorno, le Commissioni Regionali delle Nazioni Unite promuovono cooperazione e integrazione regionale”, dichiarava Ban, “allargando la loro influenza sullo sviluppo socioeconomico”. Sotto i riflettori, quindi, troviamo non solo le nazioni, ma anche le organizzazioni regionali come l’Unione Africana, la Lega degli Stati Arabi, l’ASEAN e l’Unione Europea, tasselli fondamentali di questa nuova architettura globale.
Il think tank russo Valdai Club ha lanciato una nuova struttura, il R20 (Regionalism 20), destinata a supervisionare – e diciamolo chiaramente, controllare – lo sviluppo finanziario delle regioni del G20. Dal loro sito web, emerge una dichiarazione tanto chiara quanto ambiziosa:
“All’inizio dell’anno, il Valdai Club ha avanzato un’iniziativa per rafforzare il quadro di governance globale tramite la creazione di una piattaforma per la cooperazione tra accordi di integrazione regionale, banche di sviluppo regionali e accordi di finanziamento regionali. L’idea nasce dalla necessità di promuovere un maggiore coordinamento orizzontale tra i vari accordi regionali e migliorare le connessioni tra istituzioni multilaterali regionali e globali. Il G20 è il veicolo ideale per sostenere questa cooperazione, con il nuovo quadro R20 che riunisce i principali attori regionali dell’economia mondiale”.
Ogni anno, il Valdai Club è frequentato da una serie di volti noti dell’élite russa, con Putin in prima fila e il fumatore incallito Sergei Lavrov al suo fianco. Lavrov, che – ironia delle ironie – ha una figlia che vive a New York e non parla neanche perfettamente il russo, è proprio il volto di questa nuova “alternativa” all’ordine globale. E mentre predica l’anti-globalismo, si mormora che abbia persino una relazione a Londra. Niente come un’amante nell’Occidente che tanto critica per dire “anti-globalismo,” giusto?
A sostenere con entusiasmo il nuovo R20 troviamo anche figure come Pepe Escobar. In un articolo del 2018, Escobar riporta con enfasi le parole di Yaroslav Lissovolik, direttore del Valdai Discussion Club ed ex funzionario della Deutsche Bank e del FMI. È stato Lissovolik a proporre il formato orizzontale per coordinare l’integrazione commerciale e infrastrutturale, e l’R20 ne è il culmine: un “Regional 20” che riunisce i blocchi regionali più influenti, da dieci grandi blocchi commerciali.
Secondo Lissovolik, questa piattaforma R20, che definisce “un percorso di connettività”, potrebbe diventare la chiave di volta che collega i principali progetti infrastrutturali globali. Dalla gigantesca Belt and Road Initiative (BRI) della Cina al poco chiaro Asia-Africa Growth Corridor (AAGC) di Giappone e India, questa rete di blocchi commerciali regionali sembra puntare a sostituire il G20. E il segnale definitivo arriverà, dicono, quando il petroyuan eclisserà il dollaro.
Pare proprio che il Valdai Club e il WEF abbiano lo stesso arredatore d’interni. Se il mondo multipolare dei BRICS fosse davvero il nemico giurato dell’agenda globalista del WEF, risulta quantomeno strano – e per certi versi inquietante – che stiano collaborando attivamente. Eppure, basta dare un’occhiata al sito del WEF: è pieno zeppo di articoli del Valdai Club, come se le due realtà fossero compagni di scacchiera.
Ma chi è il tizio nascosto dietro la tenda?
Il Valdai Club e il WEF sembrano recitare lo stesso copione, mentre l’élite globalista annuncia l’alba di una nuova era: “The Intelligent Age.” E mentre molti commentatori credono ancora che il governo mondiale nascerà con una riforma delle Nazioni Unite, la verità è che il governo mondiale, in pratica, esiste già.
Se guardiamo alle “Aree di Responsabilità del Comando Combattente Unificato” dell’esercito statunitense, troviamo una divisione del mondo in sei grandi aree operative, con confini geografici precisi. Suona familiare? La mappa delle aree di influenza militare americana rispecchia quasi esattamente quella proposta da Huntington, con lievi varianti: Huntington suddivide Europa e Russia in blocchi separati, così come fa per India, Cina e Asia sudorientale, mentre raggruppa l’Australia con l’Occidente.
Dietro questo approccio ci sono i principi della “Full Spectrum Dominance” del Pentagono. Il dominio a spettro completo – o “superiorità totale” – si traduce nella capacità dell’esercito americano di esercitare il controllo in ogni ambito dello spazio di battaglia: aria, terra, mare, sottosuolo, e persino lo spazio. Non finisce qui: si parla di una dominazione in ambito psicologico, biologico, e cyber-tecnologico. Un controllo totale, mirato a schiacciare qualsiasi opposizione, senza interferenze né ostacoli proibitivi.
Come recita il white paper del Pentagono, l’obiettivo è chiaro: un dominio assoluto, capace di rendere qualsiasi resistenza futile.
Il Pentagono, la DARPA, la NSA, la CIA e i loro alleati dei “14 Eyes” hanno trascorso decenni infiltrandosi, destabilizzando e sovvertendo praticamente ogni nazione sulla Terra. La pandemia è stata la loro apoteosi, rivelando la piena portata del potere e la capacità del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale di piegare interi governi al proprio volere. Ogni paese, senza eccezione, ha applicato lockdown draconiani, l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale e le vaccinazioni forzate. È difficile negare che la pandemia sia stata la più grande operazione di propaganda e il più elaborato inganno della storia dell’umanità.
Sun Tzu ci aveva già avvertito: “L’irruzione di una forza conquistatrice è come lo scoppio di acque represse in un abisso profondo”. Mai parole più vere. E ora, mentre il mondo sembra diviso tra Oriente e Occidente, spunta il nuovo impero economico dei BRICS, forgiato dalla stessa mano che ha creato il sistema da cui dice di voler sfuggire: Goldman Sachs.
Quest’anno, Russia ha ospitato il summit BRICS, e nel club sono appena entrati nuovi membri: Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. Eppure, la storia ha un retrogusto amaro. Yuri Ushakov, assistente del Presidente russo per la politica estera, in un’intervista a TASS ha dichiarato: “Il termine BRIC è stato coniato nel 2001 dall’analista di Goldman Sachs, Jim O’Neill, che aveva visto in questi paesi la chiave per il futuro dell’economia mondiale”. Ironia della sorte: un’alleanza nata dal modello tracciato dal cuore del potere finanziario occidentale.
Jim O’Neill, allora presidente del think tank globalista Chatham House, racconta con orgoglio come ha creato il modello BRIC: “Ho scritto un articolo intitolato Building Better Global Economic BRICs, in cui dimostravo che non si poteva governare il mondo senza coinvolgere di più queste nazioni”. Anche il governo brasiliano, sul suo sito ufficiale, riconosce apertamente che l’idea è nata da O’Neill, all’epoca capo economista di Goldman Sachs.
Quando, durante un’intervista alla CNN, è stato chiesto a O’Neill se i membri BRIC fossero mai stati contrari a questo “raggruppamento”, la risposta è stata semplice e beffarda: “Tutti, a modo loro, sono stati estremamente lusingati. Ho incontrato molti esponenti di questi paesi e sono tutti felici che li abbiamo messi sulla mappa globale”.
Davvero, come resistere a tanta “lusinga”? Ma forse dovremmo ricordare un vecchio adagio: il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico, se i miei nemici vanno a letto insieme.
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