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Gatti come torce: la Calabria brucia nella barbarie

di Leonardo Lisanti • 25 Luglio 2026 • Commenti di 0 utenti
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La Calabria brucia. Brucia come ogni estate, ma questa volta brucia in un modo diverso, più oscuro, più feroce, più indegno di un Paese che si definisce civile.

Nelle ultime ore la Protezione Civile regionale ha denunciato una pratica che non appartiene alla disperazione, né all’incuria, né alla fatalità: appartiene alla crudeltà organizzata. Gatti vivi, trasformati in inneschi, con stracci imbevuti di liquido infiammabile legati alla coda, lanciati tra sterpaglie e campi per far correre le fiamme più velocemente. Animali terrorizzati, usati come torce viventi per moltiplicare i punti di fuoco. Una scena che non dovrebbe esistere nemmeno nell’immaginazione, e invece è accaduta.

Gli incendi che hanno devastato la regione non sono un incidente: oltre duecento roghi in trentasei ore. Una sequenza che non può essere spiegata con il caldo, con la siccità, con la negligenza. È la firma di chi considera il territorio un bersaglio e gli animali strumenti sacrificabili. È la dimostrazione che il fuoco, in Calabria, non è solo un disastro ambientale: è un linguaggio. Un messaggio. Un modo per controllare, intimidire, devastare. E quando il messaggio passa attraverso la tortura di un animale, significa che chi lo manda non teme nulla: né lo Stato, né le istituzioni, né la comunità, né la propria coscienza.

La politica promette di “fare di più”

La politica, come sempre, arriva dopo. Arriva con le conferenze stampa, con le frasi di circostanza, con le promesse di “fare di più”. Ma la verità è che la Calabria vive da anni in un equilibrio fragile, dove la criminalità organizzata ha interesse a controllare il territorio anche attraverso il fuoco. Gli incendi non sono solo un danno: sono un metodo. E dove c’è un metodo, c’è una struttura. C’è una mente. C’è un mandante.

Di fronte a questa barbarie, alcune associazioni e gruppi locali hanno annunciato una taglia simbolica da 1.000 euro per chi fornisce informazioni utili a identificare i responsabili. Mille euro: una cifra che non misura il valore della vita, ma il livello della nostra emergenza morale. Perché la vita di un essere vivente non vale mille euro. Un albero, con la sua storia, la sua biodiversità, la sua funzione ecologica, non vale mille euro. Quella cifra non rappresenta il prezzo della vita: rappresenta la disperazione di una comunità che tenta di supplire alle mancanze dello Stato.

Quanto vale la tua vita?

E allora la domanda che brucia più dei roghi stessi è semplice e devastante: la vita di un gatto vale mille euro? Un bosco vale mille euro? Una comunità vale mille euro?

La risposta è ovvia, ed è un atto d’accusa: no. Non vale mille euro. Non vale una cifra, non vale una colletta, non vale un gesto disperato della società civile che cerca di fare ciò che le istituzioni non riescono a garantire.

Quella taglia non è un prezzo: è un grido. È la prova che la Calabria è stata lasciata sola. È la prova che la protezione del territorio non è più una funzione dello Stato, ma un compito affidato alla buona volontà dei cittadini. È la prova che la barbarie ha superato la soglia della tollerabilità.

E allora la domanda vera, quella che dovrebbe scuotere Roma, le prefetture, le procure, è un’altra: quanto vale la dignità di un territorio che continua a bruciare mentre qualcuno, nell’ombra, decide che il fuoco è un’arma e gli animali sono strumenti?

Finché nessuno risponde, finché nessuno paga, finché nessuno interviene con la forza e la continuità necessarie, la Calabria continuerà a bruciare. E con essa, brucerà anche la nostra idea di civiltà.

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FONTE:

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