
Come lo Stato ha ceduto l’indagine penale al privato (e poi ha finto di scandalizzarsi)
Negli ultimi mesi Palantir è diventata il bersaglio preferito di un certo giornalismo europeo: articoli indignati, interrogazioni parlamentari, allarmi sulla privacy, sulla sovranità digitale, sul rischio di consegnare allo Stato profondo americano i dati più sensibili dei cittadini europei. Tutto vero ma tutto tardivo.
Perché il punto rimosso dal dibattito è semplice e scomodo: l’Europa, e l’Italia più di altri, ha imboccato quella strada da almeno vent’anni. Palantir non è una deviazione. È la forma compiuta di un processo che abbiamo iniziato noi, per gradi, senza mai fermarci a guardare dove stessimo andando.
La vera domanda non è “vogliamo Palantir?”
La domanda è: chi svolge davvero le indagini in Italia, oggi?
Quando intercettare era un atto dello Stato
Fino agli anni ’90, l’intercettazione era un’operazione quasi artigianale. Fisica. Analogica. Imperfetta, ma istituzionalmente chiara.
I “pontisti” intervenivano sui cavi di rame nelle centrali SIP. Le conversazioni finivano su bobine magnetiche. L’ascolto avveniva nelle sale delle Procure o delle caserme. Il privato forniva l’accesso tecnico alla rete, non gestiva il dato, non lo archiviava, non lo correlava, non lo interpretava.
Il confine era netto:
– il mezzo poteva essere privato
– l’indagine era pubblica
Questo equilibrio si rompe con la digitalizzazione e, soprattutto, con la telefonia mobile. Lo Stato perde competenze, capacità tecnologica, velocità. E invece di recuperarle, esternalizza.
Il caso Telecom: quando il privato scopre di sapere più dello Stato
Lo scandalo Telecom–Sismi non è solo una storia di dossier illegali. È il momento in cui diventa evidente una verità strutturale: chi controlla i nodi della rete controlla il potere informativo.
La security privata di Telecom, guidata da Giuliano Tavaroli, aveva accesso a ciò che nessuna Procura poteva ottenere in tempo reale: tabulati, relazioni, mappe di contatti. Il Sismi utilizza quella struttura come una scorciatoia. Il privato diventa braccio operativo dell’intelligence pubblica, ma senza le stesse regole, senza gli stessi controlli, senza la stessa responsabilità democratica.
La lezione che lo Stato trae da questo disastro non è: “riprendiamoci il controllo”. È l’opposto: replichiamo il modello, ma facciamolo pagare a fattura.
Le “ditte”: la privatizzazione silenziosa dell’indagine penale
Oggi le Procure italiane si appoggiano a decine e decine di aziende private per tutto ciò che riguarda le intercettazioni: server, storage, microfoni, Trojan, software di analisi, assistenza tecnica. Una spesa che sfiora i 200 milioni di euro l’anno.
Il dato cruciale è un altro: le informazioni più sensibili delle indagini non risiedono su infrastrutture statali, ma su sistemi gestiti da soggetti privati. Tecnici che non sono pubblici ufficiali. Aziende che vivono di appalti e che, spesso, lavorano anche all’estero.
È un modello frammentato, fragile, costoso. Ma soprattutto è un modello che ha normalizzato un’idea: l’indagine come servizio acquistabile.
Hacking Team: quando lo spionaggio diventa un prodotto da esportazione
Con Hacking Team avviene il salto definitivo. Non si intercetta più ciò che passa su un filo: si entra direttamente nel dispositivo. Smartphone, computer, microfoni sempre accesi. Lo spyware come arma industriale.
Il leak del 2015 mostra ciò che tutti fingevano di non sapere: le stesse tecnologie usate “legalmente” in Italia vengono vendute a regimi autoritari. Dopo lo scandalo, l’azienda implode. Ma il know-how non scompare. Migra. Si ricolloca all’estero. Cambia insegna.
Qui nasce il vero mercato globale dell’intelligence privata europea.
Palantir: il mostro che abbiamo evocato
È in questo contesto che Palantir entra in scena. E appare, agli occhi europei, come qualcosa di radicalmente altro. Ma non lo è.
Palantir non vende intercettazioni. Vende ontologie.
Non vende spyware. Vende fusione dei dati.
Il suo software non si limita a raccogliere informazioni, ma le connette, le correla, le trasforma in profili predittivi. Non cerca la prova di un reato: costruisce il contesto di una minaccia.
L’Europa finge di opporsi in nome della privacy e della sovranità, ma il vero problema è un altro: il vendor lock-in. Chi adotta Palantir consegna non solo i dati, ma il modo stesso di leggerli. Ed è qui che il potere cambia di livello.
Non a caso, la Corte Costituzionale tedesca ha bocciato l’uso di Palantir Gotham: troppo invasivo, troppo automatizzato, troppo incompatibile con l’autodeterminazione informativa.
L’ipocrisia europea: sovranità a parole, mercato nei fatti
Mentre si demonizza Palantir, l’Europa costruisce alternative frammentate: DataWalk, Siren, Opscience, Cy4Gate. Tutte presentate come “europee”, “sovrane”, “GDPR-compliant”.
Ma la struttura è la stessa: privati che gestiscono funzioni centrali dello Stato. Cambia la scala, non la logica. Cambia il linguaggio,“cyber security”, “AI”, “decision intelligence”, non il risultato.
L’Italia, in particolare, sta passando dalla frammentazione al consolidamento: le piccole ditte vengono assorbite, nascono campioni nazionali, pronti a esportare tecnologie di sorveglianza all’estero. Lo scandalo non è più domestico. È geopolitico.
La vera domanda che non vogliamo fare
Palantir è un problema.
Ma non perché è americana.
È un problema perché rende visibile ciò che abbiamo normalizzato: uno Stato che non indaga più direttamente, ma orchestra fornitori. Una giustizia che dipende da infrastrutture che non controlla. Una sovranità che si misura in slide e comunicati, non in architetture reali.
La domanda, allora, non è se Palantir sia troppo potente.
La domanda è: perché abbiamo accettato che l’indagine diventasse un mercato.
E soprattutto: siamo ancora in tempo per tornare indietro o abbiamo già scelto, senza dirlo, di vivere dentro una scatola nera?
Luigi Caruso

1 comment
Giancarlo Savio
E’stata esternalizzata l’informazione, con tutto ciò che comporta anche per la democrazia