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La Cina e la deglobalizzazione

di Sonia Zante • 26 Febbraio 2025 • Commenti di 0 utenti
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Perché parlare della Cina? La Cina rappresenta oggi l’antagonista economico degli USA e quindi dell’intero occidente. La fine della globalizzazione pone delle riflessioni su come potrebbe essere il nostro futuro e soprattutto le conseguenze che essa può portare.

Il grande reset, in realtà, è ancora in essere in quanto un nuovo sistema non può nascere se il vecchio non viene smantellato. Il caso di USAID lo dimostra. USAID é l’agenzia governativa americana, accusata di aver finanziato i media ed esponenti politici a livello globale per condizionare, tra le altre, l’opinione pubblica sulla pandemia da COVID-19, la guerra in Ucraina, l’ideologia Woke, le politiche rivolte alla propaganda Lgbtq+, nonché quelle sul cambiamento climatico. Vedremo in un prossimo futuro le sue conseguenze. Qui sotto un articolo inerente a USAID della testata giornalistica di Byoblu come approfondimento.

La prima può essere il rovesciamento della bilancia commerciale: prenderà sempre più peso lo sviluppo del mercato interno a discapito di quello esterno. I dazi imposti dagli USA, Cina e altre potenze ne sono una prova.

I dazi hanno come scopo quello di limitare le importazioni in una nazione a favore delle imprese interne che potranno rivendere i loro prodotti a un prezzo più competitivo. Una nuova industrializzazione significa posti di lavoro e nonostante le resistenze della UE, si può ipotizzare un possibile ritorno alle sovranità nazionali degli Stati Europei i quali avranno la necessità di tessere relazioni commerciali soprattutto con il continente africano. Qualora la UE intendesse proseguire, invece, con gli aiuti all’Ucraina contro la Federazione Russa significherebbe che c’è la chiara volontà di staccare il continente europeo dall’influenza USA a favore di quella cinese e di porre le prime basi per la creazione degli USE (United States of Europe).

Perché questo scenario possa avvenire l’occidente ha la necessità di ridimensionare innanzitutto la presenza della Cina. Ecco perché, a mio avviso, gli USA hanno interesse di porre fine al conflitto ucraino, in modo da riprendere i rapporti con la Russia, alleata commerciale della Cina ed arrivare con quest’ultima a una serie di accordi per la spartizione del mondo.

La descalation delle tensioni tra Russia e USA permetterà al presidente Trump, quindi, non solo di giungere ad accordi commerciali con la potenza asiatica ma anche di ripristinare, almeno in parte l’egemonia statunitense. Siamo, pertanto, all’interno di un grande caos, nel quale la cartina geopolitica dovrà essere ridisegnata, una transizione che non vedrà la luce molto presto, ma che potrà trovare dei benefici se la nostra politica nazionale sarà in grado di cogliere tutte le opportunità. Siamo tutti chiamati, altresì, a un cambiamento culturale perché i disvalori della globalizzazione come la competizione lasci il posto, finalmente, alla parola cooperazione.

L’economia cinese

La Cina, non sembra favorevole alla fine della globalizzazione.
Con il secondo mandato di Trump e la crescita delle tensioni geopolitiche, Xi Jimping si trova costretto a guardare più al mercato interno rispetto a quello esterno poiché l’andamento delle importazioni e delle esportazioni, quest’ultime aumentate nel periodo post-pandemico, sono comunque influenzate anche da tali tensioni.
L’avvento della pandemia nel 2020, ha ridotto, però, notevolmente la fiducia dei consumatori dimezzando la crescita delle vendite al dettaglio. I cinesi, sentendosi in uno stato di incertezza, tendono più al risparmio che al consumo e questo si ripercuote inevitabilmente anche nel settore immobiliare sia per l’acquisto di nuovi immobili che per quelli in compravendita da privato a privato.

La Cina presenta, inoltre, un alto tasso di disoccupazione giovanile dovuto dall’elevato numero di laureati altamente qualificati, in esubero rispetto al numero dei posti di lavoro offerti. Si noti, oltretutto, come i giovani cinesi dopo anni di studio, si rifiutino di occupare un posto di lavoro come operaio o nelle campagne, pertanto molti di questi giovani si ritrovano a non cercare più lavoro.

L’aumento del tenore di vita e quindi con la crescita dei salari ha costretto il Paese a delocalizzare fuori dalla Cina, come in Vietnam e in molti paesi del continente africano sia per l’estrazione mineraria, necessaria per la transizione energetica, che per la produzione agricola.


Attraverso la sovvenzione di aiuti per la costruzione di infrastrutture come strade e reti ferroviarie i paesi dell’Africa interessati dal Dragone si trovano fortemente indebitati trovandosi di fatto colonizzati da imprese cinesi che sfruttano il territorio e la possibilità di acquisire anche manodopera a bassissimo costo, mantenendo, di fatto, competitivi i prezzi dei propri prodotti.
Il continente africano resta comunque, un continente che interessa molte potenze come gli USA peraltro.

Questi fattori hanno portato una frenata alla crescita della Cina, che resta dai quattro ai cinque punti percentuali, ma ben lontana dalla doppia cifra che l’ha caratterizzata per molti anni.

Breve accenno storico

Fino alla morte di Mao Tse Tung, la Cina si presenta arretrata e molto povera.

La scalata verso l’occidente della Cina inizia a fine degli anni settanta con l’ingresso, come Leader della Cina, di Deng Xiaoping. Egli attua le quattro modernizzazioni nei quattro settori strategici: agricoltura, industria, forza militare e tecnologia. Sarà il primo Leader cinese a visitare gli Stati Uniti per tessere le prime relazioni diplomatiche e nel 1980 la Banca Mondiale concede prestiti e aiuti alla Cina.


Deng Xiaoping introduce, così il socialismo con caratteristiche cinesi , un sistema volto al mercato libero pur mantenendo da parte del governo centrale il controllo assoluto.


Per attirare capitali stranieri, alcune città cinesi si aprono al mercato, affacciandosi così all’Occidente. Alle imprese straniere che decidono di portare capitali, macchinari e conoscenze, viene garantito un sistema fiscale agevolato, manodopera a basso costo e una serie di investimenti diretti. Si tratta della politica della porta aperta.


In un ventennio, Deng Xiaoping porta una forte crescita del Paese, nonostante la crescente insoddisfazione della popolazione per la mancanza delle libertà fondamentali che culmina con l’episodio di Piazza di Tienanmen.

Deng Xiaoping muore nel 1997 e rappresenta l’uomo che è riuscito, tramite il suo successore, a fare entrare la Cina nel WTO avvenuto nel 2001.


Da qui la scalata della Cina diventa inarrestabile, anno dopo anno e con tassi di crescita a doppia cifra, ha espanso la sua influenza economica in quasi tutto il globo come una vera macchia d’olio.


Quante imprese dell’Occidente con i loro macchinari, capitali e soprattutto conoscenze hanno abbandonato il loro Paese, in oltre trent’anni di globalizzazione per produrre in Cina e a quale prezzo?
Forse non è un caso che mentre il Dragone si ingigantiva l’intero Occidente soffriva di un sempre più crescente impoverimento e che l’Italia, da quarta potenza economica mondiale, ora si ritrovi in uno stato pietoso.


C’è da chiedersi, oltretutto, quanto la Cina si sia penetrata nell’economie dei vari Stati, quanto ne ha beneficiato rispetto a ciascun Stato, in modo da comprendere se, allo stato attuale, possiamo ancora parlare di sovranità economica nazionale.


Le politiche di economia estera di Trump, volgono, pertanto, a riequilibrare lo strapotere economico della Cina.
Un’impresa titanica, soprattutto perché si trova davanti anche una UE ostile davanti a un inevitabile cambio di rotta.

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