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Assedio mediatico o isteria diplomatica? Netanyahu contro Cina e Qatar, mentre l’Occidente piange sul funerale della Palestina

di Leonardo Lisanti • 23 Settembre 2025 • Commenti di 0 utenti
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Nel pieno di una crisi diplomatica e militare senza precedenti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato accuse pesantissime contro Cina e Qatar, accusandoli di orchestrare un “assedio mediatico” ai danni di Israele. Secondo Netanyahu, i due Paesi starebbero sfruttando tecnologie avanzate, tra cui intelligenza artificiale, deepfake e bot automatici, per diffondere contenuti manipolati e minare la legittimità dello Stato ebraico agli occhi del mondo.

israele contro cina

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La guerra dell’informazione

Le dichiarazioni, prive di riscontri verificabili, sollevano interrogativi inquietanti: è davvero in corso una guerra digitale tra Stati? O si tratta di una strategia per screditare ogni forma di critica internazionale? In un’epoca in cui la narrazione è algoritmica e la verità è spesso un prodotto editoriale, la linea tra propaganda e opposizione si fa sempre più sottile.

cina contro israele

Israele VS Cina

Qatar risponde, la Cina osserva (e dirige)

Il Qatar ha reagito con fermezza, definendo Netanyahu una “minaccia alla stabilità regionale” dopo un attacco israeliano contro leader di Hamas presenti a Doha. La Cina, invece, ha scelto il silenzio strategico. Ma dietro quel silenzio si cela una regia globale sempre più evidente.

Come già analizzato nell’articolo “Tutte le strade portano a Pechino” , la Cina non è più solo un attore economico: è diventata garante di equilibri militari e diplomatici. Mosca ha persino proposto la presenza di truppe cinesi in un eventuale dispositivo di sicurezza per l’Ucraina, un segnale inequivocabile che il baricentro geopolitico si è spostato.

La Cina ha rilanciato contro le pressioni statunitensi, minacciando l’embargo sulle terre rare e ottenendo concessioni. Non è più il tempo delle imposizioni unilaterali: chi non si piega, detta le regole.

Il riconoscimento tardivo della Palestina

Nel frattempo, una nuova ondata di Paesi occidentali ha annunciato il riconoscimento formale dello Stato di Palestina. Ma questo slancio diplomatico arriva quando lo Stato palestinese, di fatto, non esiste più: Gaza è devastata, Gerusalemme Est è occupata, la Cisgiordania è frammentata.

È come se un figlio si presentasse al funerale dei genitori dopo trent’anni di silenzio, lacrime in mano e coscienza sporca. Il riconoscimento diventa un gesto molto tardivo, ipocrita, che non cambia la realtà delle cose.

Ma la domanda è più radicale: lo Stato di Palestina è mai esistito davvero?
Dal 1988, l’OLP ha proclamato uno Stato sovrano, ma sul piano giuridico e territoriale, la Palestina non ha mai avuto piena sovranità. Secondo la Convenzione di Montevideo, uno Stato deve avere:

  • una popolazione stabile
  • un territorio definito
  • un governo
  • la capacità di relazioni diplomatiche

La Palestina ha avuto tutto questo solo in forma parziale e intermittente. È stata riconosciuta da oltre 150 Paesi, ma mai pienamente realizzata.

Il ruolo delle Nazioni Unite: simbolico o impotente?

Dal 2012, la Palestina è “Stato osservatore non membro” all’ONU. Ha ottenuto accesso a organismi internazionali, ma non ha mai avuto lo status pieno di Stato membro, bloccato dal veto sistematico degli Stati Uniti.

Israele, dal canto suo, ha ignorato decine di risoluzioni ONU, tra cui quelle che condannano:

  • l’occupazione dei territori palestinesi
  • la costruzione di insediamenti illegali
  • l’uso eccessivo della forza contro civili

Il paradosso è evidente: le Nazioni Unite riconoscono la Palestina, ma non riescono a far rispettare il diritto internazionale. E Israele, forte dell’appoggio ericano, agisce come se fosse al di sopra delle regole.

Europa 2025: crisi di identità geopolitica

Nel 2025, l’Europa non è solo spettatrice: è un continente in cerca di sé stesso, intrappolato tra le pressioni di Washington, le provocazioni di Mosca e l’espansione silenziosa di Pechino. La rielezione di Donald Trump ha riaperto il dibattito sull’autonomia strategica europea, ma le risposte sono timide, frammentate, spesso contraddittorie.

La NATO alza il target di spesa militare al 2,5% del PIL entro il 2030, ma l’Italia, come altri Paesi chiave, non riesce nemmeno a rispettare il vecchio obiettivo del 2%. Mentre si discute di difesa comune, le crisi latenti nei Balcani, nel Sahel e nel Mediterraneo allargato minacciano la stabilità continentale. Eppure, l’Europa continua a delegare la propria sicurezza a strutture che non controlla, e la propria politica estera a interessi che non le appartengono.

Non è più solo questione di dipendenza: è una crisi di visione. L’Europa non sa più se vuole essere potenza normativa, potenza militare o semplice mercato. E mentre la Cina propone un multipolarismo pragmatico, l’Unione Europea si rifugia in dichiarazioni morali, incapace di incidere nei negoziati globali.

Italia: ritrovare la sovranità, guidare il Mediterraneo

In questo contesto, l’Italia deve smettere di essere il sud di qualcun altro e iniziare a considerarsi come il nord di un nuovo Mediterraneo. Non più periferia dell’Europa, ma cerniera strategica tra Nord Africa, Medio Oriente e continente europeo.
La nostra posizione geografica, le relazioni storiche e gli interessi energetici ci impongono di recuperare sovranità diplomatica e visione strategica.
Non basta partecipare: bisogna guidare.
Roma deve tornare a essere capitale geopolitica, non solo amministrativa.
Un Paese che non detta l’agenda nel proprio mare, è destinato a subirla.

Chi detta le regole

Netanyahu accusa, l’Occidente piange, la Cina agisce.
Il secolo cinese non è una profezia: è già iniziato.
E chi non lo vede, è destinato a rincorrere.
Ma tanto, tutte le strade portano oramai a Pechino.
E forse, da lì, anche a Roma, se l’Italia saprà tornare a pensarsi come guida, non come gregario.


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