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Mal di Lista

Le liste sanitarie in Italia sono un problema noto a tutti coloro che hanno bisogno di una visita o di un controllo specialistico.

Il Governo, in questi giorni, ha fatto la medesima promessa degli ultimi quattro anni: uno stanziamento di 600 milioni di euro l’anno.

Tale somma dovrebbe coprire il lavoro dei professionisti, medici, tecnici e ausiliari, e le prestazioni erogate presso strutture private.

I finanziamenti saranno gestiti dal Ministero della Salute che li distribuirà direttamente alle Aziende Sanitarie Locali, direttamente, senza passare per le Regioni.

I CUP, come sempre, dovranno indirizzare le persone presso le strutture disponibili.

L’Istituto Superiore di Sanità dovrà definire le linee guida sui percorsi di cura e diagnosi, per evitare un eccesso di prescrizioni specialistiche. Questo perché la tendenza degli ultimi anni, stando alle statistiche, ha visto un incremento di prescrizione di analisi ed esami specialistici da parte dei medici, ritenute eccessive.

Sono quattro anni, come detto, che i fondi vengono promessi e non stanziati.

Le colpe del CUP

In tutta Italia la situazione delle visite specialistiche e degli esami diagnostici è insostenibile. Spesso, per giustificare i ritardi ed errori, si dà la colpa alle piattaforme informatiche che, invece di alleggerire e snellire le procedure, le complicano ancora di più, affermano gli operatori del settore.

Il problema è tanto più grave per quei malati che devono controllare regolarmente lo stato di salute come, ad esempio, i pazienti oncologici.

Le file ed i tempi di attesa di chi si reca presso i CUP sono interminabili e, spesso, il disagio è aumentato dalle condizioni dei luoghi, con sedi scomode da raggiungere per chi non è autosufficiente, ambienti sporchi e sedie scomode, personale stressato e non sempre accogliente.

Le prenotazioni telefoniche non vanno meglio, ovviamente.

Qualche dato statistico fornito da Cittadinanza Attiva, che ha intervistato un panel di pazienti del Lazio:

  • il 35,70% dei pazienti è dovuto andare in una ASL diversa da quella di residenza;
  • il 28,60% è dovuto andare in un distretto della propria ASL diverso e più lontano dalla propria residenza;
  • solo il 21, 40% ha ottenuto la prestazione nel proprio distretto di residenza.
  • Il 41,40% degli intervistati ha usufruito del servizio pubblico;
  • il 20% è ricorso al servizio intramoenia;
  • il 20% ha rinunciato;
  • l’8,6% è ricorso al servizio extramoenia;
  • il 5,7% è dovuto andare fuori regione.

Una indagine di Federconsumatori ha messo in luce i giorni di attesa su tutto il territorio nazionale e i numeri riflettono una realtà allarmante in tutta Italia.

 Qualche dato per le visite, a titolo di esempio:

  • 426 giorni di attesa per una prima visita cardiologica al Presidio Ospedaliero lombardo di Cuggiono;
  • 411 giorni di attesa per una prima visita cardiologica nel Presidio friulano di Cividale;
  • 400 giorni per una prima visita vascolare nella P.A. di Bolzano;
  • 677 giorni di attesa per una prima visita oculistica nel Presidio Ospedaliero lombardo di Legnano;
  • 611 giorni di attesa per una prima visita gastroenterologica presso l’Azienda piemontese di Asti;
  • 354 giorni di attesa giorni di attesa per una prima visita pneumologica presso il poliambulatorio di Messina;
  • 735 giorni di attesa per un ecodoppler cardiaco in Lombardia – Ospedale di Magenta;
  • 482 giorni di attesa per una mammografia bilaterale presso l’ospedale di Udine.

Tempi lunghi anche per interventi oncologici, indichiamoun solo caso: 753 giorni all’ospedale Pertini di Roma. (Rapporto Federconsumatori del 7 febbraio 2024)

Questo è un piccolo esempio di uno scenario davvero desolante della sanità italiana, che, nonostante le promesse di stanziamenti dedicati, in realtà, guardando alla legge di bilancio 2024-2026, fa comprendere che la situazione è destinata a peggiorare. È, infatti, previsto un definanziamento del servizio pubblico.

Il rapporto Fondo Sanitario Nazionale e PIL dal 6,3% del 2024 scende al 5,9% nel 2026.

Fuga dal servizio sanitario pubblico

La diminuzione della spesa pubblica per il settore sanitario significa non poter investire in apparecchiature e presidi chirurgici, non avere abbastanza fondi per le manutenzioni e, soprattutto, salari troppo bassi per il personale sanitario pubblico che, di conseguenza, migrerà verso il settore privato.

Questo è il punto cruciale: il settore privato. La Legge di bilancio 2024-2026 prevede un innalzamento del tetto di spesa per il settore privato, cui sarà destinata una cifra considerevole: 1,2 miliardi di euro.

È previsto anche un innalzamento del tetto alla spesa farmaceutica, dunque maggiore quota di denaro pubblico verso le industrie farmaceutiche a discapito delle indagini diagnostiche preventive.

Forse la ragione di questi tagli alla spesa pubblica sanitaria risiede proprio in questo: favorire il settore privato.

Puntare alla prevenzione e, dunque, avere cittadini in buona salute, è un vantaggio per il settore pubblico, poiché, a fronte di un lieve incremento di spesa per la prevenzione, vi è una notevole diminuzione di spesa per le cure ed operazioni chirurgiche, la riabilitazione e controlli successivi, fino al ristabilimento della salute.

Tale vantaggio, si estenderebbe, di riflesso, anche sulla previdenza pubblica: vi sarebbe un minore ricorso ai “giorni di malattia”, minore astensione da lavoro, minori controlli dei medici INPS….

Per il settore privato, d’altra parte, avere “clienti” è funzionale ed essenziale per i propri bilanci.

Dunque, vi è interesse che le persone siano bisognose di cure continuative e di farmaci.

Inoltre, spostare i finanziamenti pubblici verso il settore privato, comporta un ulteriore aggravio di spesa per molte famiglie italiane che devono stipulare le assicurazioni sanitarie per potere accedere alle onerose prestazioni sanitarie private

Il quadro, così, è completo. Ancora una volta la finanza speculativa entra nelle vite delle persone, condizionandole pesantemente.

Il Ministero della salute cosa fa?

Il sito web del Ministero della Salute riporta:

  • I DIRITTI DI INFORMAZIONE ED I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE
    Al fine di garantire il costante adeguamento delle strutture e delle prestazioni sanitarie alle esigenze dei cittadini utenti del Servizio sanitario nazionale il Ministro della salute definisce, con proprio decreto, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, i contenuti e le modalità di utilizzazione degli indicatori di qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie relativamente alla personalizzazione ed umanizzazione dell’assistenza, al diritto all’informazione, alle prestazioni alberghiere, nonché dell’andamento delle attività di prevenzione delle malattie. Il sistema di indicatori per la verifica dello stato di attuazione dei diritti dei cittadini è utilizzato dalle Regioni per la programmazione nonché per la definizione degli investimenti di risorse umane, tecniche e finanziarie. Il Ministro della salute, in sede di presentazione della relazione sullo stato sanitario del Paese, ha l’obbligo di riferire in merito alla tutela dei diritti dei cittadini con riferimento all’attuazione degli indicatori di qualità. È previsto, poi, al fine di favorire l’orientamento dei cittadini nel Servizio sanitario nazionale, che le unità sanitarie locali e le aziende ospedaliere provvedano ad attivare un efficace sistema di informazione sulle prestazioni erogate, sulle tariffe, sulle modalità di accesso ai servizi. La legge prevede la presenza e l’attività, all’interno delle strutture sanitarie, degli organismi di volontariato e di tutela dei diritti al fine di concordare programmi comuni per favorire l’adeguamento delle strutture e delle prestazioni sanitarie alle esigenze dei cittadini.
  • I DIRITTI DI OPPOSIZIONE
    L’art. 14, comma 6, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e sue modifiche, prevede che il direttore sanitario e il dirigente sanitario del servizio, a richiesta degli assistiti, adottino le misure necessarie per rimuovere i disservizi che incidono sulla qualità dell’assistenza. Al fine di garantire la tutela del cittadino avverso gli atti o comportamenti con i quali si nega o si limita la fruibilità delle prestazioni di assistenza sanitaria, sono ammesse osservazioni, opposizioni, denunce o reclami in via amministrativa, redatti in carta semplice, da presentarsi entro quindici giorni, dal momento in cui l’interessato abbia avuto conoscenza dell’atto o comportamento contro cui intende osservare od opporsi”.

Dunque il Ministero della Salute, tramite gli indicatori di qualità ed un sistema di informazione sulle prestazioni erogate, dovrebbe essere puntualmente aggiornato e dovrebbe essere in grado di mettere in atto delle azioni correttive volte a tutelare il diritto alla salute dei propri cittadini.

Le statistiche e le testimonianze delle eterne attese, dei comportamenti spesso non “amichevoli” di chi è preposto a dare informazioni e a prendere le prenotazioni, smentiscono costantemente le belle frasi dei dirigenti ospedalieri e politici vari, che ripetono quanto sia importante “la prevenzione”, “la cura alla persona”, “la centralità della persona”, parole, sempre e solo parole.

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