Cerca
Close this search box.
A maledire il giorno fu Luigia Borrelli (Parte II)

A maledire il giorno fu Luigia Borrelli (Parte II)

Genova, 6 settembre 1995: il “delitto del trapano”.

2.1 Terza immagine 7

5 settembre 1995: l’omicidio…

Quando la mattina del 6 settembre del 1995 il corpo senza vita di Luigia Antonella Borrelli viene ritrovato nel basso in cui si prostituiva, ad essere sospettato per primo è il figlio ventiduenne Roberto. Pare che madre e figlio, infatti, litigassero spesso a causa della vita parassitaria e oziosa condotta dal giovane, il quale, oltre a passare le sue giornate tra vagabondaggi notturni e lunghissimi sonni, non voleva assolutamente saperne di trovarsi un lavoro. Secondo certe voci, “è pure accaduto che picchiasse la madre. In archivio i carabinieri scoprono che è stato fermato per un controllo qualche tempo prima e che era in compagnia di personaggi legati alla malavita. Quanto basta perché Roberto sia interrogato a lungo il giorno della scoperta del delitto. Su di lui, però, non esce fuori nulla e viene rilasciato”[1]. Archiviata senza alcun esito la pista del delitto maturato in ambito familiare, i carabinieri del Nucleo operativo ai comandi del capitano Francesco Caldari si concentrano sul variegato e complesso mondo della prostituzione, interrogando anzitutto la proprietaria del basso Adriana Fravega e poi, in successione, le prostitute della zona intorno a Vico degli Indoratori. È proprio grazie alla loro testimonianza che gli inquirenti riescono a tratteggiare il profilo di un cliente di Antonella più assiduo e affezionato di tutti quanti gli altri. Si tratta di un uomo dall’età compresa fra i 50 e i 60 anni, non molto alto di statura e con capelli radi, occhiali e un tic nervoso. Sembra che questa descrizione porti subito a buoni risultati: il profilo fornito agli investigatori dalle prostitute è, o dovrebbe essere, quello di Sergio, un amico di Antonella. Sei giorni dopo il delitto, l’11 settembre, Sergio viene rintracciato dai carabinieri e interrogato. Posto di fronte alle domande degli inquirenti, Sergio ammette di conoscere Antonella, ma dai tempi dell’ospedale San Martino, quando Antonella era ancora semplicemente Luigia e, proprio insieme a lui, lavorava come infermiera presso l’importante struttura ospedaliera genovese. Tra di loro si era instaurato un rapporto che non aveva mai oltrepassato i confini dell’amicizia. La sera del 5 settembre si trovava da quell’altra parte della città e, a difesa del suo alibi, ci sono molti amici e conoscenti che possono dimostrarlo. Sergio, infermiere e amico di Luigia Antonella Borrelli, non c’entra nulla con il suo omicidio. L’identikit fornito agli inquirenti dalle prostitute corrisponde però non solo al profilo di Sergio, ma anche a quello di un altro conoscente di Antonella: Ottavio Salis. Ottavio Salis è un uomo di 52 anni di origini sarde, proprio come Luigia Antonella. Si è trasferito in Liguria nel 1990 e, insieme alla sua famiglia composta dalla moglie, Maria Teresa, e da due figli, Giuseppe e Patrizia, vive a Teglia, sulle alture del ponente genovese, in Via Monte dei Busi 21. Lavora come elettricista per una ditta edile, ma cerca di arrotondare il suo stipendio svolgendo anche piccoli lavori in maniera autonoma. Quando viene trascinato in questa storia, la posizione di Ottavio Salis è tremendamente incerta: oltre ad essere un fedele cliente di Antonella, l’elettricista sardo è anche il proprietario del trapano con il quale la prostituta è stata trucidata e sui suoi abiti, durante una perquisizione condotta nella sua casa, vengono rinvenute macchie sospette che spingono gli inquirenti a sequestrarli per sottoporre quelle macchie all’esame del DNA. Il 12 settembre, sulla base di questi elementi, gli investigatori iscrivono il nome di Ottavio Salis nel registro degli indagati. Due giorni più tardi, il 14 settembre, alle ore 17:00 del pomeriggio, Ottavio Salis riceve una comunicazione telefonica attraverso la quale viene convocato per l’indomani mattina a Palazzo di Giustizia nell’ufficio del sostituto procuratore della Repubblica Patrizia Petruzziello. Davanti a lui si spalanca il baratro della prigione. Terrorizzato da questa prospettiva, esce di casa e, intorno alle ore 20:00 della sera, raggiunge la sopraelevata che sovrasta il porto antico, scavalca le barriere protettive e si lancia di sotto, precipitando giù, nell’abisso da cui giammai si torna. Nelle sue tasche vengono ritrovati cinque biglietti: “Uno è indirizzato ai suoi familiari: “Baci a tutti, a te Patrizia studia e prendi la laurea. A te Giuseppe sii sempre bravo come sei sempre stato. Teresa, resta sempre vicina ai nostri bambini. Ora vi abbraccio tutti. Ottavio”. Il secondo è rivolto alla moglie e ha delle parti incomprensibili: “Teresa perdonami per tutto il male che ti ho fatto. Non sapevo che tu eri… Resta sempre brava come sei. Ti abbraccio. Ottavio”. Il terzo è diretto al maresciallo che per primo lo ha interrogato. “Maresciallo Piu, fai che la mia morte non sia stata vana. Cerca l’assassino di Antonella. Io sono innocente. So che lo troverete”. Il quarto è per l’avvocato: “A lei avvocato. La ringrazio, ma non ce la faccio ad andare in galera innocente”. Nel quinto si legge “Saluto tutti gli amici, sappiate che non ho fatto niente di male”. Il testamento sconvolgente di un uomo schiacciato dal sospetto e dal terrore di finire in carcere e di coprire di vergogna la propria famiglia. Cinque lettere di addio alla vita che colpiscono profondamente l’opinione pubblica e gli stessi investigatori”[2]. E dopo un danno così definitivo, c’è anche lo spazio per una postuma beffa: questa “estrema e terribile professione di innocenza (…) troverà conferma otto giorni dopo. Il 22 settembre i risultati del Dna scagionano ufficialmente Salis da ogni sospetto”[3].


[1] Antonella Borrelli, vittima del “delitto del trapano”, IlSecoloXIX.it, 09/12/2014 (estratto da Andrea Casazza, Liguria criminale, Fratelli Frilli Editori).

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.


5 settembre 1995, 14 settembre 1995: un omicidio e un suicidio…

Consumatasi la tragedia di Ottavio Salis, gli investigatori orientano le loro indagini verso il mondo dell’usura. Si fa strada l’ipotesi secondo cui l’omicidio sia l’esito di una spedizione punitiva compiuta da assassini professionisti: ma anche questa pista non porta a nulla di concreto[1]. Di concreto, in questa misteriosa e inquietante vicenda, c’è soltanto una lunghissima scia di morte che sembra non aver mai fine. Il 25 marzo del 1996, nella sua casa in Piazzetta Tavarone a pochi passi da Vico degli Indoratori, viene ritrovata morta Adriana Fravega: “Ha ingoiato una confezione di barbiturici. Si è suicidata perché caduta in una profonda depressione, come testimonia la sorella con la quale ha passato le ultime ore di vita, o è stata eliminata perché sapeva qualcosa che non doveva in merito alla fine di Antonella?”[2].


[1] Verso la tesi della spedizione punitiva degenerata nel sangue convergono sia la pista dell’usura che la pista del narcotraffico. Secondo la testimonianza della figlia minore di Luigia Antonella Borrelli, Francesca, la madre, in rarissime occasioni, aveva parlato di una operazione commerciale rischiosa che, se riuscita, avrebbe definitivamente sanato la situazione debitoria della famiglia verso gli usurai, dando adito all’ipotesi, in fase di indagine, che “potesse essere rimasta invischiata in un giro di stupefacenti (…) E in effetti l’efferatezza dell’esecuzione ricordava quella delle bande dei narcos, che uccidono nel modo più barbaro possibile per dare un messaggio al resto del loro mondo. Non ci furono mai riscontri né all’una, né all’altra ipotesi (dell’usura e del narcotraffico, ndr). Nel 1998, quando venne arrestato Donato Bilancia (il più noto assassino seriale ligure, ndr), nel fiume della sua confessione gli si chiese conto della morte di Antonella ma no, non era stato lui” (Genova, la doppia vita di Antonella e altri tre morti innocenti, Federico Ferrero, Corriere.it, 17/08/2022).

[2] Antonella Borrelli, vittima del “delitto del trapano”, IlSecoloXIX.it, 09/12/2014 (estratto da Andrea Casazza, Liguria criminale, Fratelli Frilli Editori). Ad uccidere Adriana Fravega, “ad avviso dei suoi conoscenti”, è stato “il senso di colpa per aver additato in buona fede un innocente, il signor Ottavio, quale responsabile del delitto del trapano”. Sembra che sia stata proprio lei, infatti, la prima ad aver influenzato le indagini in direzione dell’elettricista sardo, “che aveva fatto alcuni lavori nella stanza affittata da Antonella e che, a suo dire, si era fatto pagare non solo in denaro perché infatuato di Antonella” (Genova, la doppia vita di Antonella e altri tre morti innocenti, Federico Ferrero, Corriere.it, 17/08/2022).

2.2 Quarta immagine

La terza ed ultima parte del racconto “A maledire il giorno fu Luigia Borrelli” verrà pubblicata il 28 ottobre; la prima parte, pubblicata in data 23/09/2023, è disponibile a questo collegamento: https://radio28tv.it/a-maledire-il-giorno-fu-luigia-borrelli-parte-i/

L’intero testo fa parte dell’opera inedita “Fabrizio De André. Cantico apocrifo (1963 – 1971)” di Marco Silvaroli e Matteo Iannaccio (N. D.: 207324 | CC BY-NC-ND 4.0).

Marco Silvaroli.

Crediti: fotografie dell’epoca e immagini più recenti liberamente raccolte in rete.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra newsletter

Articoli Correlati

Sostieni l'Informazione Libera

Radio28TV è un marchio di Lismon srls.
Sostienici con una piccola donazione tramite Paypal e aiuta l’informazione libera e senza censure.
GRAZIE PER IL TUO SOSTEGNO

Avviso sui cookie di WordPress da parte di Real Cookie Banner