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Luigia Borrelli

A maledire il giorno fu Luigia Borrelli (Parte I)

Genova, 6 settembre 1995: il “delitto del trapano”.

Così nella foresta dove sono esiliato

un antico Ricordo il suo corno suona ora.

E penso ai marinai sopra un’isola obliati,

ai prigionieri, ai vinti, e ad altri ad altri ancora!

– Charles Baudelaire, Il cigno, Fiori del male – Quadri parigini

La nostra storia incomincia il 6 settembre del 1995, in un mattino preautunnale che, con il suo cielo cinereo e con la sua pioggia silenziosa e non troppo fitta, annuncia la fine della bella stagione fatta di spiagge assolate, corpi in riva al mare e furtivi amori consumati al riparo di sguardi ammiccanti e irrefrenabili passioni. Corpi, amori furtivi, sguardi ammiccanti compaiono anche in questa storia, ma, a differenza degli sfavillanti colori dell’estate, si macchiano di un freddo grigio pietra che riveste di sé il labirinto di viuzze della Genova medievale talmente strette e anguste da togliere quasi il respiro. La nostra storia incomincia alle 08:30 di quel 6 settembre 1995, quando una squadra dei carabinieri del capoluogo ligure raggiunge il civico 64/Rosso di Vico degli Indoratori dopo aver ricevuto una telefonata da Adriana Fravega, ex prostituta e proprietaria del “basso”, un piccolo monolocale serrato da una saracinesca chiusa con un lucchetto, che si trova proprio a quel civico. Quando i carabinieri alzano la saracinesca, si ritrovano ad assistere ad uno spettacolo che definire terrificante è semplicemente eufemistico: “Il cadavere di una donna giace ai piedi del letto, su un tappetino a fiori, macchiato di sangue. E sangue ce n’è un po’ dappertutto: per terra, sulla tenda, su un piccolo divano e nel lavandino posto accanto al letto. La donna indossa un paio di fuseaux neri ed è nuda dalla cintola in giù. Ha i capelli neri tagliati a caschetto che le coprono parte della guancia sinistra, la testa ripiegata sul lato opposto, ferite in tutto il corpo e una punta di trapano piantata nel collo. Si chiama Luigia Borrelli anche se lì attorno tutti la conoscevano con il nome di Antonella. È una prostituta. Ai carabinieri il nome lo rivela Adriana Fravega perché nella stanza non c’è traccia di soldi né di documenti. L’assassino, prima di fuggire, ha rovistato nella borsa della vittima e ha portato via il borsellino e le chiavi del basso con le quali ha chiuso dietro di sé la porta con due mandate prima di abbassare la saracinesca e chiuderla con il lucchetto”[1]. L’autopsia, affidata al medico legale Enzo Profumo dal sostituto procuratore della Repubblica Patrizia Petruzziello, stabilisce che la donna è stata uccisa la sera precedente al suo ritrovamento, in un orario compreso tra le 21:00 e le 23:00: “L’assassino ha infierito sul corpo della donna con la punta del trapano dopo averla stordita con un colpo alla testa probabilmente sferrato con uno sgabello. Delle dieci ferite inferte con il trapano nessuna è mortale, neppure l’ultima, quella provocata dalla punta rimasta conficcata nel collo. Questo fa ipotizzare al medico legale che la donna sia stata abbandonata agonizzante e che la morte sia sopraggiunta dopo qualche ora e a causa di una ferita vicino al cuore”[2].


[1] Antonella Borrelli, vittima del “delitto del trapano”, IlSecoloXIX.it, 09/12/2014 (estratto da Andrea Casazza, Liguria criminale, Fratelli Frilli Editori).

[2] Antonella Borrelli, vittima del “delitto del trapano”, IlSecoloXIX.it, 09/12/2014 (estratto da Andrea Casazza, Liguria criminale, Fratelli Frilli Editori). A più di venticinque anni di distanza dai fatti, il sostituto procuratore della Repubblica Patrizia Petruzziello rammenterà la scena del delitto “come una scena criminis tra le più truculente cui abbia assistito in carriera. L’assassino aveva infierito con il cosiddetto overkilling: dopo le violentissime botte con lo sgabello, la donna era già praticamente morta. Non c’era alcuna necessità, per finirla, di usare per dodici volte il trapano, perforando zone vitali” (Genova, la doppia vita di Antonella e altri tre morti innocenti, Federico Ferrero, Corriere.it, 17/08/2022).


6 settembre 1995: un omicidio…

Alzato il sipario, o meglio, la saracinesca su questo terribile fatto di sangue, dobbiamo tornare indietro nel tempo, scavare nella storia di questa giovane prostituta e capire chi era davvero Luigia Antonella Borrelli.

Luigia Borrelli, uccisa all’età di 42 anni, era una giovane donna di origini sarde che agli inizi degli anni 70’ aveva abbandonato la sua città natale, Iglesias, per trasferirsi a Genova. Viveva in via Monticelli 7, nel quartiere di Marassi, con il figlio “Roberto, di 22 anni e, stando alle testimonianze dei vicini di casa, nottambulo e sfaccendato”[1] e con la figlia Francesca, che di anni, all’epoca dei fatti, ne aveva 19 e che lavorava come commessa in un negozio del centro. Ufficialmente, Luigia svolgeva l’attività di infermiera a domicilio assistendo un’anziana signora del centro di cui aveva lasciato il numero di telefono ai figli. Quel numero era il numero di Adriana Fravega, lo stesso numero che Francesca, la mattina del 6 settembre 1995, aveva composto dopo essersi accorta che la madre non era tornata a casa per la notte.

Nell’appartamento di Via Monticelli 7, Luigia si era trasferita insieme ai due figli nel luglio del 1993, tre anni dopo la morte del compagno Mario Arnaldo Andreini, l’uomo che la giovane ragazza sarda aveva conosciuto quando era impiegata come infermiera presso l’ospedale San Martino di Genova – il futuro compagno, al contrario, aveva appena divorziato dalla moglie e lavorava come magazziniere. In un appartamento situato in Corso Gastaldi 27, la coppia aveva cominciato una convivenza dalla quale sarebbero nati Roberto e Francesca. Alla fine degli anni 80’, Mario aveva deciso di abbandonare il suo lavoro da magazziniere per acquistare un bar nel quartiere di San Martino. Dovendolo ristrutturare, e non avendo abbastanza risorse finanziarie per farlo, si era però rivolto ad “amici di amici”[2] precipitando rovinosamente nella morsa degli usurai. Alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 1990 a causa di un infarto, Luigia si era improvvisamente ritrovata nella condizione di madre con due figli da mantenere e di donna con una eredità debitoria di 250 milioni di lire da dover sanare. Nel 1992, dopo essere stata sfrattata dall’appartamento in Corso Gastaldi 27 e dopo un periodo di incerto vagabondaggio tra una camera ammobiliata e l’altra, si era trasferita all’interno 9 di Via Monticelli 7, nel quartiere di Marassi. Fu in questa situazione di gravissima precarietà che Luigia, anche e soprattutto per far fronte alle sempre più pressanti richieste degli usurai, aveva deciso di licenziarsi dall’ospedale San Martino per iniziare la sua nuova vita: “Nasce così Antonella, la lucciola di vico Indoratori, 50mila lire di tariffa sette giorni la settimana, dalla mattina alle dieci alle dieci di sera. Per il basso dove si prostituisce paga ad Adriana Fravega un affitto di due milioni al mese. Agli usurai, secondo quanto ricostruiranno gli investigatori, arriva a versare sino a mezzo milione al giorno. La notte, a volte, subaffitta il basso a un travestito per centomila lire”[3]. E così per tre anni, fra il 1992 e il 1995, Luigia, l’infermiera a domicilio per tutti, e Antonella, la lucciola di Vico degli Indoratori, si erano fuse in un delicatissimo equilibrio sospeso sulla finzione di due vite parallele: “Non era particolarmente bella Antonella, ma aveva un non so che di disilluso nello sguardo e un modo di fare accattivante che (…) le garantivano una clientela affezionata e (…) piuttosto numerosa (…) Così, giorno dopo giorno, Antonella vendeva se stessa per mantenere i figli e pagare gli usurai e Luigia tornava a casa in via Monticelli raccontando delle stramberie della vecchia che le toccava di accudire e magari maledicendo il giorno in cui aveva deciso di licenziarsi dall’ospedale San Martino”[4].


[1] Antonella Borrelli, vittima del “delitto del trapano”, IlSecoloXIX.it, 09/12/2014 (estratto da Andrea Casazza, Liguria criminale, Fratelli Frilli Editori).

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.


2 Seconda immagine

La “Parte II” e la “Parte III” del racconto “A maledire il giorno fu Luigia Borrelli” verranno pubblicate rispettivamente il 14 e il 28 ottobre. L’intero testo fa parte dell’opera inedita “Fabrizio De André. Cantico apocrifo (1963 – 1971)” di Marco Silvaroli e Matteo Iannaccio (N. D.: 207324 | CC BY-NC-ND 4.0).

Marco Silvaroli.

Crediti: fotografie dell’epoca liberamente tratte dalla rete.

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