di Madhumaya
Sono nato a Sanremo, ma ho passato ventidue anni della mia vita all’estero. Abbastanza da diventare anche cittadino canadese e, soprattutto, abbastanza da non sapere più rispondere tanto velocemente quando qualcuno mi chiede dove sia casa mia.
Per molti anni la risposta era semplice. Casa era il posto in cui vivevo. Poi ho cominciato a tornare.
All’inizio in Italia tornavo da italiano. Almeno così pensavo. Bastavano però pochi giorni per accorgermi che qualcosa era cambiato. Alcune cose che avevo sempre considerato normali mi sembravano improvvisamente strane. Altre, che quando vivevo qui quasi non vedevo, mi mancavano da morire quando ero lontano. Il caffè al banco. Il modo in cui parliamo con le mani. Le persiane abbassate nelle ore calde. Il mare che compare alla fine di una strada e che per chi è nato da queste parti è quasi una presenza scontata.
Poi tornavo in Canada e succedeva più o meno la stessa cosa, ma al contrario. Anche lì c’erano abitudini che ormai erano diventate mie. Modi diversi di stare con gli altri, di rispettare gli spazi, perfino di fare la fila. Piccole cose. Dopo ventidue anni, però, le piccole cose diventano una cultura senza che tu te ne accorga.
Credo che vivere a lungo fuori dal proprio Paese produca uno strano effetto: a un certo punto non sei più completamente quello che è partito, ma non diventi nemmeno del tutto quello del posto in cui sei arrivato. Rimani un po’ in mezzo.
Per molto tempo questa cosa mi ha dato una sensazione difficile da spiegare. Come se dovessi scegliere. Italia o Canada. Qui o là. Le mie radici oppure la vita che avevo costruito.
Oggi non sento più tanto il bisogno di scegliere.
Ci sono mattine in Liguria in cui guardo il mare e penso che non potrei appartenere a nessun altro posto. Poi basta un ricordo, una strada larga, una certa luce, persino una parola detta con un accento che conosco bene, e una parte di me torna dall’altra parte dell’oceano. Forse i luoghi fanno anche questo. Entrano dentro di noi lentamente. Non chiedono il permesso e non se ne vanno quando cambiamo indirizzo. Rimangono nei gesti, nelle abitudini, nelle cose che ci irritano e in quelle che ci mancano.
Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiesto se mi sentissi più italiano o più canadese.
Ho esitato.
Una volta avrei cercato la risposta giusta. Adesso penso che quell’esitazione fosse già la risposta. E allora mi resta una domanda, soprattutto per chi almeno una volta nella vita ha lasciato il posto in cui è nato:
Dov’è casa?

Madhumaya

18 comments
Irina
chi si è trasferito avrà per sempre nel cuore il posto dove è nato. quando si è giovani non ci si pensa poi con l’andare avanti degli anni ci si diventa più melanconici.
Madhumaya
Grazie Irina. Credo anch’io che con gli anni cambi qualcosa. Da giovani si parte guardando soprattutto avanti, poi a un certo punto ci si accorge che una parte di noi continua anche a guardare indietro. E certi luoghi, che magari davamo per scontati, acquistano un significato diverso.
Leonardo Esposito
Ciao
Sono Leonardo, Moksa Deva è il mio nome spirituale. Mi è piaciuto il racconto sulla prospettiva dalla dualità della cittadinanza per due motivi: perché ritengo molto vicino l’argomento e perché mi piace immaginare che le nostre prime radici possano sempre nutrirci malgrado il clima esterno.
Per dieci anni circa ho navigato per mare per motivi lavorativi e crescendo, mentre cercavo modelli a cui appartenere, ho spesso mutato pelle e forma per paura, bisogno, sopravvivenza.
Alla fine di tutti quei viaggi mi resi conto che la mia vita si era come sdoppiata: una bipolarità indotta dalla frenesia dell’ambiente dei marittimi e dall’incapacità di fermarsi una volta scesi dalla nave, di ascoltarsi, consocersi.
Arrivo al punto, o meglio al porto, per me vivere in posti diversi ha significato prendere e lasciare continuamente degli schemi che ritenevo giusti per un determinato tipo di contesto e cultura ma mi sono reso conto della fatica che facevo solo a casa mia, nella mia Cecina.
Solo fermandomi ho scoperto il divino dentro me, che non era mai andato da nessuna parte; era sempre stato lì dentro di me, dentro di noi.
Quell’amore era insito nelle mie radici, e malgrado il salmastro e le intemperie ha resistito, sino al definitivo ritorno a casa.
Un saluto alla redazione di Radio 28
Namaskar Madhumaya
Madhumaya
Namaskar Leonardo, grazie per questo commento. Mi ha colpito anche perché abbiamo un pezzo di strada, o forse dovrei dire di mare, in comune. Anch’io ho navigato per circa dieci anni, sulle navi da crociera, fino alla fine degli anni Novanta.
Capisco quindi molto bene quello che racconti del partire, tornare, adattarsi ogni volta a un ambiente diverso e poi scoprire che scendere da una nave non significa necessariamente essersi fermati.
Mi piace molto anche l’immagine delle radici che continuano a nutrirci nonostante il clima esterno. Forse è proprio questo uno degli aspetti che non avevo esplorato nell’editoriale: possiamo attraversare molti luoghi, cambiare abitudini e perfino cambiare noi stessi, ma alcune cose rimangono lì e aspettano soltanto che ci fermiamo abbastanza a lungo da riconoscerle.
Grazie davvero per aver condiviso qui una parte della tua storia.
Namaskar,
Madhumaya
Leonardo Lisanti
Namaskar Madhumaya,
grazie per il tuo racconto così intenso. Io non ho mai vissuto per mare, ma per tante vicissitudini familiari ho dovuto cambiare spesso città, amici, scuole, abitudini. E nonostante tutti quei traslochi, la mia anima è rimasta sempre ancorata al mio luogo di nascita e d’infanzia.
Ogni volta che ci ritorno, mi sale quella malinconia positiva dei ricordi: una brace che sembra spenta, ma sotto sotto è sempre calda.
E allo stesso tempo, in ogni posto in cui ho vissuto ho lasciato un pezzo di me, e da ogni posto ho preso un pezzo di lì.
Oggi mi accorgo che le mie radici non sono rimaste ferme: si sono propagate.
In ogni città ho almeno un amico fraterno che mi fa sentire a casa, come se quel senso di appartenenza avesse trovato nuovi rami, nuovi porti, nuovi modi di nutrirmi.
Le radici non sono solo dove siamo nati: sono ovunque abbiamo amato, sofferto, imparato, condiviso.
E da ogni luogo, in fondo, continuiamo a tornare a noi stessi.
Un saluto dalla Redazione di Radio28
Madhumaya
Namaskar Leonardo, grazie a te. Mi piace molto l’immagine delle radici che si propagano. Forse è proprio quello che succede quando attraversiamo luoghi diversi: non perdiamo necessariamente quello da cui veniamo, semplicemente ci portiamo dietro qualcosa e, senza quasi accorgercene, lasciamo qualcosa di noi altrove.
Capisco bene anche quella “malinconia positiva” di cui parli. Ci sono luoghi che basta rivedere dopo anni perché qualcosa dentro si rimetta in movimento, come se il tempo lì avesse continuato ad aspettarci.
E alla fine forse le persone contano ancora più dei luoghi. A volte basta ritrovare un amico, sedersi a un tavolo e riprendere un discorso lasciato anni prima per sentirsi, almeno per un momento, di nuovo a casa.
Grazie Leonardo, anche alla Redazione. Namaskar 🙏
PantaRei
Mi colpisce l’idea che “casa” non sia più un luogo ma un movimento interno, qualcosa che cambia mentre cambiamo noi. Forse chi vive tra più mondi finisce per abitare proprio in quello spazio di mezzo: non una mancanza di radici, ma un modo diverso di averle, più largo, più poroso. A volte l’esitazione non è indecisione: è la prova che apparteniamo a più di un posto.
Madhumaya
Grazie, mi piace molto questa idea delle radici “più larghe”. Per tanto tempo ho vissuto quello spazio di mezzo quasi come qualcosa da risolvere, come se prima o poi dovessi scegliere da che parte stare. Oggi lo sento diversamente. Forse non appartengo meno a un luogo perché ne porto dentro anche un altro. E mi piace molto quello che scrivi sull’esitazione: a volte dentro quei pochi secondi prima di rispondere c’è già tutta la nostra storia.
michael franceschini
Secondo me la casa è il luogo che ti protegge e ti permette di crescere.
È quel posto dove la vita non è sempre facile proprio perché ti spinge a lavorare su te stesso, a uscire dagli schemi, a non restare fermo. A volte porta quella noia ripetuta, quella routine che sembra sempre uguale… ma è proprio lì che nasce il cambiamento.
Perché la “vera casa” è così: all’inizio ti sembra normale, ma dentro quella normalità ci sono dinamiche che, prima o poi, ti chiedono di evolvere. E quando torni in un luogo solo per un conoscente, o per ricordare un posto familiare, ti accorgi che non ha più l’energia per trasformarti. Resta un ricordo, un affetto, un passaggio… ma non è più il posto che ti muove dentro. 😛
Madhumaya
Caro Michi, mi piace questa idea della casa come luogo che non si limita a proteggerci, ma ogni tanto ci mette anche un po’ in difficoltà. In effetti, se fosse sempre tutto comodo e prevedibile, probabilmente avremmo ben pochi motivi per cambiare.
Mi hai fatto pensare anche a quei posti in cui torniamo dopo tanto tempo aspettandoci di provare qualcosa e invece… niente. Li riconosciamo, magari gli vogliamo ancora bene, ma non ci appartengono più come prima. Forse non sono cambiati loro. Siamo cambiati noi.
E comunque, conoscendoti, sulla noia e sulla routine ho qualche dubbio che tu riesca a resistere abbastanza a lungo da studiarle seriamente 😛
Un abbraccio, Michi.
Namaskar
Madhumaya
Giorgina Armeni
sulla parola casa ho scritto questo: Pronunciare questa parola — casa — richiama improvvisamente al mio sguardo una processione di ombre e di luci, un lungo viale di indirizzi che la mia anima ha abitato come rifugi di fortuna.
La mia vita non è stata che un lungo, tortuoso e infine luminoso cammino verso il centro di me stessa. Se oggi mi volgo indietro, non vedo semplici indirizzi, ma una successione di rifugi che la mia anima ha abitato e poi abbandonato.
Se oggi mi volgo a guardare il lungo viale dei miei anni, comprendo che quella mancanza di una “casa-rifugio” — di un luogo, cioè, che non fosse solo una stanza di fortuna o un letto di collegio, ma un grembo capace di contenere il mio smarrimento senza giudicarlo — è stata la fessura attraverso cui il vento dell’inquietudine ha soffiato sulla mia intera esistenza. Quando si nasce nel cuore di una guerra e si cresce tra i corridoi smisurati dei collegi, dove ogni spazio appartiene a tutti e quindi a nessuno, si apprende troppo presto l’arte dell’adattamento e, purtroppo, quella della rinuncia. Si diventa come quegli uccelli che costruiscono nidi effimeri sui rami più alti, sempre pronti al volo, perché la terraferma non ha mai promesso alcuna stabilità.
Questa assenza di un rifugio originario ha influenzato il mio modo di stare al mondo, trasformando ogni mio legame in una ricerca incessante di quel “centro” mai posseduto. Se ho tenuto la barra dritta con tanta ostinazione, se ho cercato di immettere il “nuovo” e la “bellezza” ovunque mi trovassi, era forse per compensare quel vuoto di fondamenta, per costruire con la forza della volontà ciò che il destino non mi aveva concesso in dote. Ho abitato le case degli altri, le case del dovere, le case del sacrificio, come se fossi sempre un’ospite premurosa e impeccabile, ma intimamente convinta di non avere diritto a una vera dimora.
Madhumaya
Cara Giorgina,
le tue parole mi hanno attraversato come uno di quei venti di cui parli. Quella frase sui collegi, “dove ogni spazio appartiene a tutti e quindi a nessuno”, mi è rimasta addosso: dice in poche parole cosa significa imparare a leggere gli spazi prima ancora di poterli chiamare casa.
E quegli uccelli che costruiscono nidi sui rami più alti, sempre pronti al volo… non ci vedo resa, ci vedo una libertà vigile, anche se costata cara. Come quella frase sull’essere “ospite premurosa e impeccabile, ma intimamente convinta di non avere diritto a una vera dimora”. La conosco, quella condizione. Capita spesso a chi nasce dentro un vuoto che non ha scelto.
Forse la casa che cerchi non deve essere per forza un luogo. A volte è proprio lo scrivere, come stai facendo ora, che comincia a costruirla.
Grazie per aver condiviso un pezzo così vero di te.
Con affetto,
Madhumaya
Maria Rosaria
Ho letto il tuo articolo e mi sono fermata a lungo sulla domanda finale: dov’è casa?
È una domanda che sento profondamente mia. Anch’io ho vissuto per molti anni lontano dal luogo in cui sono nata. Ho costruito altrove una parte importante della mia vita e poi sono tornata. E proprio tornando ho scoperto che non si torna mai davvero nello stesso posto, perché nel frattempo siamo cambiati noi.
Alcuni luoghi continuano ad appartenerci anche quando li lasciamo; altri entrano dentro di noi mentre li abitiamo e rimangono nei gesti, nelle abitudini, negli affetti, nel nostro modo di guardare il mondo.
Per questo mi ha colpito particolarmente la tua esitazione davanti alla domanda se ti sentissi più italiano o canadese. Forse non è più necessario scegliere. Forse possiamo appartenere a più luoghi senza tradirne nessuno.
Oggi penso che il viaggio più difficile non sia partire e nemmeno tornare. È imparare a sentirsi a casa nella persona che siamo diventati.
Grazie per queste parole. Oggi mi sono arrivate in un momento particolare della mia vita e le ho sentite davvero vicine.
Madhumaya
Cara Maria Rosaria,
grazie per questo tuo racconto, che è già una risposta alla domanda che ponevo. Quel “non si torna mai davvero nello stesso posto, perché nel frattempo siamo cambiati noi” è una delle verità più semplici e più difficili da accettare del tornare.
Mi piace molto la distinzione che fai tra i luoghi che continuano ad appartenerci anche da lontano e quelli che invece entrano dentro di noi, nei gesti, nelle abitudini. È vero, e forse è proprio lì che si nasconde la vera casa: non in un indirizzo, ma in quello che di un luogo ci portiamo dentro senza nemmeno accorgercene.
E hai ragione sull’esitazione tra italiano e canadese. Forse non è più una domanda da risolvere, ma da abitare. Appartenere a più luoghi senza tradirne nessuno: sì, credo sia proprio questo.
L’ultima riga che scrivi mi resta addosso: imparare a sentirsi a casa nella persona che siamo diventati è forse il viaggio più lungo di tutti.
Grazie per aver condiviso qualcosa di così tuo.
Con affetto,
Madhumaya
Lucia
Sicuramente dev’essere molto strano “appartenere” a più luoghi. Ricordo una frase, di un mio amico marocchino, che mi aveva fatto molto riflettere ” sono qui da quando avevo 5 anni, ma voi continuate a vedermi come uno straniero..quando torno in Marocco, visto che non vivo li da quando avevo 5 anni, mi vedono come uno straniero. Sono fuori posto si qui che là”.. la cosa mi aveva davvero colpito. Dev’essere strano, faticoso e soprattutto doloroso sentirsi straniero nella propria terra.. fortunatamente può essere diverso se si riesce a percepirle entrambe come accoglienti e proprie . Io ho sempre pensato che si ci dovrebbe considerare cittadini del mondo, ma, ultimamente, mi rendo conto che è una delle mie tante “utopie” mentali ormai impossibile persino da immaginare. Ho vissuto in tanti posti, ne conservo ricordi belli o brutti, ma cerco sempre di vivere nel presente e se devo identificare”casa” con qualcosa di concreto è quella in cui vivo adesso, ma forse se dessimo meno valore a confini e concetti come quello di patria..se ne dessimo di più all’ importanza dell’ incontro, del confronto la casa non avrebbe pareti e diventerebbe il mondo. Credo che casa sia dove ci si sente accolti, protetti, amati, felici
Madhumaya
Cara Lucia, che piacere leggerti qui.
Quella frase del tuo amico marocchino mi ha colpito profondamente: “sono fuori posto sia qui che là” racchiude in poche parole tutta la fatica di chi vive sospeso tra due appartenenze che non lo riconoscono fino in fondo. È una solitudine particolare, quella di sentirsi straniero proprio dove si dovrebbe essere di casa.
Mi piace molto il tuo pensiero sul dare meno peso ai confini e più valore all’incontro. Forse hai ragione a chiamarla utopia, ma è una di quelle utopie necessarie, che almeno indicano una direzione anche quando sappiamo di non poterla raggiungere del tutto.
E l’ultima riga la sottoscrivo: casa è dove ci si sente accolti, protetti, amati, felici. Semplice da dire, difficile da trovare, ma è forse la definizione più vera di tutte.
Grazie di cuore per il tuo commento, mi ha fatto davvero piacere leggerti.
Con affetto,
Madhumaya
Laura Giuria
Casa per me è ritrovare me stessa. È sentirmi tutt’uno con quello che mi circonda. È sentirmi libera da condizionamenti mentali e sociali. Sentirmi protetta e Amata
Madhumaya
Che bello quello che scrivi. C’è una delicatezza profonda nel modo in cui descrivi “casa”: non come un luogo, ma come un ritrovarsi, un sentirsi intera, libera, protetta. È una definizione che risuona, perché parla di un’appartenenza che nasce dentro e poi si espande verso ciò che ci circonda. Grazie per averla condivisa: è un’immagine che scalda e che fa bene anche a chi legge.