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Riarmo Germania 2026: la svolta che mette a rischio Italia ed Europa

di Leonardo Lisanti • 26 Maggio 2026 • Commenti di 0 utenti
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L’Europa sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda, una mutazione che non nasce da un dibattito democratico né da una visione condivisa, ma da una serie di decisioni unilaterali prese da un Paese, da una commissione che, volenti o nolenti, continua a determinare il destino del continente: la Germania. Il riarmo tedesco non è un capitolo di bilancio, non è una risposta contingente alla guerra in Ucraina, non è un semplice adeguamento tecnico alle presunte nuove minacce globali. È un cambio di paradigma, una svolta storica che ridefinisce l’identità della Germania e, con essa, quella dell’Europa intera.

Per la prima volta dal 1945, Berlino non si limita a partecipare alla sicurezza europea: vuole guidarla, plasmarla, orientarla secondo i propri interessi strategici. E lo fa con una velocità che sorprende, con una determinazione che inquieta, con una capacità industriale che nessun altro Paese europeo possiede.

Dall’Ottocento ai giorni nostri

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Per capire la portata di ciò che sta accadendo bisogna tornare indietro, molto indietro, perché la storia tedesca è una storia di potenza, di ambizione, di centralità geopolitica. La Germania nasce dalla Prussia, uno Stato che non aveva un esercito: era un esercito che aveva uno Stato.

La militarizzazione della società, la disciplina, la gerarchia, la fusione tra industria e apparato militare sono elementi che hanno accompagnato la Germania dall’Ottocento fino alle tragedie del Novecento.

L’Impero guglielmino, con la sua corsa agli armamenti navali, contribuì a destabilizzare l’Europa e a creare le condizioni per la Prima Guerra Mondiale. La Repubblica di Weimar, pur formalmente disarmata, portò avanti un riarmo clandestino che preparò il terreno alla militarizzazione totale del regime nazista. E il riarmo hitleriano, con la riconversione industriale, la leva obbligatoria, la propaganda e l’economia di guerra, trascinò il continente nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo il 1945, la Germania fu costretta a reinventarsi. Smilitarizzata, occupata, controllata, trasformò la propria identità nazionale in un modello pacifista, multilaterale, prudente. La Bundeswehr nacque come un esercito limitato, subordinato alla NATO, privo di ambizioni offensive. La forza tedesca non era più militare, ma economica. Il miracolo economico trasformò la Germania nel gigante industriale dell’Europa, mentre la sua forza militare rimaneva contenuta, quasi simbolica. Per decenni, la Germania guidò l’Europa attraverso l’economia, la finanza, le regole di bilancio, la disciplina fiscale. Non attraverso la forza delle armi.

La guerra Ucraina

Nel febbraio 2022, pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz pronunciò al Bundestag un discorso destinato a entrare nella storia. Lo definì “Zeitenwende”, una svolta epocale per la Germania e per l’Europa. In quell’intervento, Scholz annunciò la creazione di un fondo straordinario da 100 miliardi di euro per la Bundeswehr e dichiarò che la Germania avrebbe assunto un nuovo ruolo nella sicurezza europea.

Non si trattava di una reazione emotiva, ma di una decisione strategica: il riarmo tedesco diventava ufficiale, legittimato politicamente e finanziariamente. Da quel momento, la parola Zeitenwende è diventata il simbolo del nuovo corso di Berlino, il punto di partenza di una trasformazione che oggi coinvolge l’intera economia tedesca e ridisegna gli equilibri dell’Unione Europea.

La Germania sta riconvertendo la sua economia. L’automotive, per decenni il cuore pulsante dell’industria tedesca, è in crisi profonda. Mercedes crolla negli utili, Volkswagen taglia posti di lavoro, Porsche registra perdite drammatiche. E mentre l’Europa discute di transizione ecologica, la Germania compie una scelta radicale: non prova a salvare il vecchio modello industriale, lo sostituisce.

Stabilimenti, ingegneri, operai vengono spostati verso la difesa. Schaeffler produce motori per droni e blindati, Deutz fornisce generatori per sistemi Patriot, Volkswagen vende una sua fabbrica a Rafael Advanced Defense Systems, colosso israeliano dei missili e dei sistemi antimissile. Non è un caso isolato: Rafael acquisisce siti industriali a Osnabrück, Dresda e Dyb, trasformando fabbriche tedesche in centri di produzione militare. La Germania diventa così non solo un Paese che si riarma, ma un hub europeo della difesa, una piattaforma industriale per la produzione di sistemi d’arma destinati non solo alla Bundeswehr, ma all’intero blocco occidentale.

Questa riconversione industriale non è un dettaglio tecnico: è un cambio di identità. La Germania non vuole più essere la locomotiva industriale dell’Europa, ma la locomotiva militare. E lo fa mentre l’Europa impone agli altri Paesi vincoli di bilancio rigidissimi. Per il welfare non ci sono soldi, per la sanità non ci sono risorse, per le pensioni servono tagli, per la scuola bisogna contenere la spesa.

Ma quando la Germania decide di investire centinaia di miliardi nel riarmo, i vincoli spariscono, le regole diventano elastiche, Bruxelles tace. La Germania crea fondi speciali fuori dai parametri europei, ottiene flessibilità che altri Paesi non hanno, definisce il riarmo come “investimento strategico” e quindi non soggetto alle stesse regole che soffocano l’Italia e gli altri Paesi mediterranei. È un doppio standard evidente, che mina la credibilità dell’Unione Europea e solleva una domanda che nessuno ha il coraggio di fare: da dove arrivano i soldi per il riarmo tedesco, se per il welfare non ci sono mai risorse?

Il riarmo tedesco non è solo una questione economica. È una questione politica, sociale, identitaria. La Germania vuole portare la Bundeswehr a 460.000 effettivi, quasi il triplo degli attuali. Per farlo introduce un questionario obbligatorio per i diciottenni, prepara il terreno per il ritorno della leva, divide la società tra adulti favorevoli e giovani contrari.

La leva in Germania non è mai stata un semplice strumento militare: è sempre stata un atto politico, un modo per plasmare la società, per costruire identità nazionale, per preparare il Paese a un ruolo più assertivo. Oggi quel ruolo si chiama “difesa europea”, ma la sostanza non cambia: una Germania armata fino ai denti è un fatto geopolitico che l’Europa dovrebbe guardare con molta più prudenza.

E invece l’Europa applaude. Parla di autonomia strategica, di responsabilità condivisa, di difesa comune. Ma la verità è che la Germania decide, l’Europa ratifica, gli altri Paesi si adeguano. Non stiamo costruendo una difesa europea: stiamo costruendo una difesa tedesca con bandiera europea. E l’Italia? L’Italia osserva, subisce, si adegua. Taglia la spesa, rispetta i parametri, non ha una strategia industriale, non ha una politica estera autonoma, non ha voce nei tavoli che contano. È spettatrice e pagatrice, come sempre.

La storia non si ripete mai identica, ma fa rima. E oggi le rime sono fin troppo chiare: crisi economica interna, riconversione industriale verso la difesa, ambizioni continentali, silenzio europeo, debolezza politica degli altri Stati, centralità tedesca nelle decisioni strategiche. Ogni volta che la Germania ha assunto un ruolo dominante, l’Europa si è sbilanciata. Ogni volta che la Germania ha guidato il continente, il continente ha pagato un prezzo altissimo. Non perché la Germania voglia la guerra, ma perché è troppo grande, troppo forte, troppo influente per non alterare gli equilibri.

Il riarmo tedesco è il fatto più importante degli ultimi trent’anni. È una trasformazione che cambierà l’Europa, la sua economia, la sua politica, la sua identità. E la domanda finale, quella che nessuno vuole fare, è semplice: chi controlla la Germania? Chi controlla una potenza che si riarma mentre gli altri devono tagliare? Chi controlla un Paese che ha già trascinato l’Europa in due guerre mondiali e che oggi torna a essere una potenza militare completa? L’Europa dovrebbe chiederselo. Prima che sia troppo tardi.

In tutto questo i mass-media tradizionali sono in completo silenzio. Non avvertono la popolazione di quello che potrebbe accadere ma omettono. A volte quello che fa più riflettere non sono le fake-news di cui ci bombardano quotidianamente ma le omissioni, le semplificazioni che ci dovrebbero aprire gli occhi.

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