In questi giorni, una recente proposta di riforma del sistema previdenziale degli psicologi (ENPAP), ha scatenato forti polemiche e reazioni tra i professionisti del settore.
L’obiettivo dichiarato dell’ente è quello di alzare il tasso di sostituzione delle future pensioni (attualmente molto basso, intorno al 20% dell’ultimo reddito) per portarlo gradualmente al 50%.
Per raggiungere questo scopo, la proposta prevede:
- Aumento del contributo soggettivo: dal 10% al 15% del reddito imponibile.
- Aumento del contributo integrativo: dal 2% al 5% (inizialmente si era parlato anche di un possibile passaggio al 4% in un’unica soluzione) del volume d’affari.
Perché gli psicologi sono in rivolta
Molti psicologi stanno protestando, anche attraverso raccolte firme e mobilitazioni online, per diverse ragioni chiave.
Impatto economico
L’aumento è una “mazzata” insostenibile, specialmente considerando i redditi medi spesso contenuti nel settore.
La proposta, oggetto di accese discussioni, prevede principalmente due aumenti:
- Contributo Soggettivo: un incremento dal 10% al 15% sul reddito professionale netto.
- Contributo Integrativo: un raddoppio, dal 2% al 4% sul fatturato lordo.
Il contributo integrativo, che viene addebitato in fattura, è tecnicamente a carico del paziente/cliente. Tuttavia, nella pratica, molti psicologi temono che un ulteriore aumento del costo della prestazione possa scoraggiare i pazienti o costringere il professionista ad “assorbire” il costo, riducendo di fatto il proprio guadagno netto, per mantenere i prezzi competitivi.
Inoltre, alcuni psicologi lavorano con enti pubblici, cooperative, grandi organizzazioni, piattaforme online,.., che propongono tariffe “tutto incluso”: in questi caso il compenso netto pattuito ingloba già gli oneri. Se l’aliquota passa dal 2% al 4%, ma il compenso resta bloccato è il professionista che deve coprire l’aumento di tasca propria.
Questo si traduce in una riduzione immediata del reddito netto: il professionista pagherà di più a livello previdenziale a parità di fatturato.
Mancanza di coinvolgimento
La critica principale mossa dagli psicologi ai vertici dell’ENPAP riguarda il metodo: molti lamentano che una riforma così impattante sia stata portata avanti senza un adeguato confronto preventivo o un’informazione trasparente e capillare verso la base degli iscritti.
Il confronto è essenziale, perché nonostante l’intento di aumentare la futura pensione, molti professionisti faticano già ora a sostenere i costi, che tra spese, tasse e contributi, mangiano letteralmente il reddito.
Stato attuale
Al momento, nulla è cambiato operativamente. La proposta è stata votata dal CDA dell’ENPAP e deve superare diversi passaggi:
- Deve essere votata dal Consiglio di Indirizzo Generale (CIG).
- Deve successivamente essere trasmessa ai Ministeri vigilanti (Ministero del Lavoro e Ministero dell’Economia), i quali solitamente impiegano circa un anno per l’approvazione definitiva.
Il tema è complesso: tocca il delicato equilibrio tra la necessità di garantire pensioni dignitose per il futuro, la sostenibilità economica immediata dei lavoratori e il diritto alla salute dei pazienti.
Il paradosso: più contributi, meno salute mentale
C’è un grande rischio: un corto circuito nel sistema di cura.
Con l’aumento dei costi fissi, passaggio dal 10% al 15% di soggettivo e il raddoppio dell’integrativo, molti professionisti, specialmente i più giovani o chi lavora in zone economicamente depresse, si troveranno a dover scegliere tra ridurre il proprio margine di guadagno, già eroso dall’inflazione, o aumentare le tariffe.
Per i pazienti, d’altra parte, in un momento storico in cui la domanda di supporto psicologico è ai massimi, un aumento delle tariffe renderebbe la terapia ancora più elitaria, escludendo le fasce fragili che non possono permettersi il privato ma non trovano posto nel pubblico.
Perché il silenzio dei media?
Perché quando i medici scioperano finiscono in prima pagina, mentre se 70.000 psicologi rischiano il tracollo economico regna il silenzio?
Esiste ancora uno stigma sulla professione, vista quasi come un “lusso” e non come un servizio sanitario essenziale.
La frammentazione della libera professione rende difficile una protesta coreografica: niente piazze piene, ma migliaia di firme digitali “invisibili”. E questo non rende appetibile per i media la notizia…
Psicologi: un mito da sfatare
La categoria degli psicologi non ha guadagni elevati.
La realtà dei dati ENPAP parla spesso di redditi medi annui che, per le fasce più giovani o al Sud, faticano a superare i 15.000-20.000 euro lordi.
Se le aliquote salgono, lo psicologo si trova davanti a un bivio matematico. Se il “costo del lavoro” aumenta del 5-7% complessivo (tra soggettivo e integrativo), quel costo deve essere scaricato da qualche parte.
A differenza di un commerciante che può alzare il prezzo del caffè di 10 centesimi senza troppi traumi, lo psicologo ha un rapporto fiduciario ed etico con il paziente e la rivalsa è pressoché impossibile. Molti professionisti applicano già tariffe ridotte per permettere la continuità terapeutica. Aumentare la fattura significa, spesso, perdere il paziente.
L’ENPAP sostiene che aumentare i contributi serve a garantire pensioni più dignitose domani. Ma gli psicologi rispondono: che senso ha garantirmi una pensione decente tra 30 anni se mi rendi impossibile arrivare a fine mese oggi o se mi costringi a chiudere lo studio?
Il contributo integrativo è obbligatorio: se una piattaforma di “terapia online” impone allo psicologo una tariffa di 35€ l’ora, e lo psicologo deve versare il 4% di tasca propria perché la piattaforma non lo aggiunge, stiamo assistendo a una forma di tassazione impropria che erode un reddito già basso
Il diritto alla salute: la terapia come “bene di lusso”
Se lo Stato non finanzia adeguatamente il Bonus Psicologo e non assume nel pubblico, dove le liste d’attesa sono infinite, la salute mentale dei cittadini poggia interamente sulle spalle del settore privato: il diritto alla salute diventa un diritto “a scadenza” o “a disponibilità bancaria“.
Barriera all’accesso
Se i costi di gestione della cassa previdenziale costringono i professionisti ad alzare le tariffe minime, la terapia diventa un servizio per soli abbienti.
L’abbandono terapeutico

Il rischio concreto è che molti pazienti, già colpiti dal carovita, interrompano i percorsi. Un percorso psicologico interrotto a metà non è solo “una seduta persa“, ma un potenziale aggravamento della patologia che poi ricadrà comunque sul Sistema Sanitario Nazionale (pronto soccorso, farmaci, cronicità).
Vogliamo davvero un futuro in cui la pensione dello psicologo di domani viene costruita rendendo la terapia inaccessibile oggi?
ENPAP: mancanza di una visione
Aumentare i prelievi in un momento di inflazione galoppante e senza prevedere tutele contro il “prezzo fisso” imposto dalle grandi piattaforme di psicologia online o dalle cooperative, nonché i redditi bassi degli psicologi, significa legiferare nel vuoto.
Il Ministero del Lavoro e della Salute vuole davvero permettere ad una cassa privata di prelevare di più dai professionisti senza che lo Stato garantisca tariffe minime o un fondo per la salute mentale che copra questi rincari? Il sospetto che viene è che questi aumenti servano per garantire la tenuta dei conti dell’ente …
Il dilemma degli psicologi
Dalla scrivania dei vertici ENPAP, passiamo alla stanza di terapia. Qui la decisione politica si trasforma in conflitto etico.
“Se la mia cassa mi chiede il 5% in più del mio reddito, io quel 5% devo recuperarlo. Ma come faccio a dire a un paziente che sta attraversando un lutto o una depressione che la sua seduta da domani costa 5 o 10 euro in più? Molti di noi finiranno per assorbire il costo, diventando di fatto più poveri pur lavorando le stesse ore.”
Il lato umano più tragico è quello del paziente che, di fronte a un piccolo ritocco della tariffa, è costretto a diradare gli incontri (da una volta a settimana a una ogni quindici giorni). In psicologia, la frequenza è parte della cura: diluirla significa depotenziare il trattamento.
La politica previdenziale rischia di creare una selezione basata sul censo. Chi ha bisogno di cura ma non ha i mezzi, viene respinto da un sistema privato che è costretto ad alzare i prezzi per sopravvivere alla pressione fiscale e previdenziale.

Paradossalmente, la categoria degli psicologi è quella con il più alto tasso di burnout.
Aggiungere stress economico a chi già si fa carico del dolore altrui non è solo un problema contabile, è un problema di salute pubblica.
Il divario tra la burocrazia dei numeri e la realtà delle vite umane è davvero ampio.
Diamo voce ad una categoria che, per etica professionale, tende spesso a restare in silenzio dietro la porta di uno studio: firmiamo tutti la petizione:
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1 comment
Cinzia
Secondo il mio parere
Gli psicologi e soprattutto gli psicoterapeuti dovrebbero essere pagati dallo stato e tutti i cittadini dovrebbero fare un percorso nei cambiamenti di vita. (Ogni 14 anni)