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Il realismo di Gianni Murano: perché l’Italia “resiste” mentre l’Europa rischia il buio

di Manuela Fratianni • 14 Aprile 2026 • Commenti di 0 utenti
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Gianni Murano

Il presidente dell’Unem (Unione Energie per la Mobilità), Gianni Murano:

“razionamenti? Un errore. Con le raffinerie l’Italia è in vantaggio nostri impianti si stanno rivelando strategici e il loro funzionamento ci permette di essere indipendenti. Basta green Continua poi la sua intervista al quotidiano “La Verità”, bacchettando la UE che dovrebbe smetterla di parlare di razionamento e pensare all’approvvigionamento.

Gianni Murano

Il vantaggio competitivo dell’Italia: l’efficienza energetica

L’Italia è storicamente un Paese povero di materie prime fossili. Questo “limite” ci ha costretti a diventare maestri dell’efficienza.

Siamo tra i paesi più efficienti in Europa nel rapporto tra PIL prodotto ed energia consumata.

L’Italia è leader europeo nel riciclo dei rifiuti (urbani e industriali), un fattore chiave per ridurre le emissioni “indirette“: siamo apprezzati nel mondo per la nostra capacità di fare una buona economia circolare.

Nonostante ciò, in Italia i costi per l’energia sono di gran lunga maggiori rispetto ai competitor tedeschi e francesi.

La diversificazione e il “ponte” del gas

Gianni Murano spesso sottolinea come l’Italia abbia una posizione geografica strategica.

Grazie ai gasdotti esistenti e ai nuovi rigassificatori, l’Italia può diventare il punto di ingresso dell’energia, anche idrogeno in futuro, per l’intera Europa: un vero e proprio hub energetico.

Gianni Murano rigassificatori

Un punto caro a Murano è la neutralità tecnologica: non esiste un’unica soluzione, il solo elettrico, ma un mix tra biocarburanti, cattura della CO2 (CCS), idrogeno e rinnovabili e critica fortemente la “gabbia ecologica” della UE.



La filiera dei biocarburanti

Un settore dove l’Italia è effettivamente pioniera è quello dei biocarburanti avanzati (HVO).

Le raffinerie italiane, come quelle di Porto Marghera o Gela, sono state tra le prime al mondo a essere riconvertite in bio-raffinerie.

Questo permette di decarbonizzare settori “hard-to-abate“, ossia ‘difficile da attenuare’, come l’aviazione e i trasporti pesanti, senza dover cambiare l’intero parco veicoli immediatamente.

Il paradosso: le criticate raffinerie salvano l’Italia dal razionamento

Murano sottolinea spesso che l’Italia è diventata un esportatore netto di prodotti raffinati. Questo significa che, in caso di emergenza, possiamo dirottare internamente ciò che solitamente vendiamo all’estero, annullando di fatto la necessità di code ai distributori o limiti ai consumi.

Questo video offre una visione più ampia sulle posizioni di Gianni Murano riguardo alla necessità di una transizione energetica che non sia solo ambientale, ma anche economica e sociale.

La burocrazia e le concessioni in “limbo”contro il vantaggio italiano

L’Italia siede su un tesoro energetico che potrebbe azzerare ogni rischio di razionamento, e ciò conferma la tesi di Gianni Murano, ma questo tesoro è imprigionato da una sovrapposizione di veti.

A livello nazionale c’è una legislazione, la PiTESAI, nata per la transizione ma che ha frenato la produzione interna.

A livello locale, la burocrazia regionale usa le autorizzazioni come leva negoziale per ottenere maggiori compensazioni economiche.

Non esistono, in questo caso, direttive europee che vietino esplicitamente lo sfruttamento dei giacimenti esistenti in Italia, anzi, l’Europa spinge per l’autonomia energetica (piano REPowerEU).

Il “blocco” o il mancato sfruttamento pieno derivano da un mix di ragioni nazionali e locali.

Il PiTESAI e i vincoli normativi

Fino a poco tempo fa, il grande ostacolo è stato il PiTESAI (Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee).

Questo piano aveva lo scopo di individuare dove si potesse estrarre e dove no, ma di fatto ha congelato per anni le attività di ricerca e sviluppo, riducendo drasticamente le aree considerate “idonee”.

Anche se recentemente alcune sentenze e decisioni politiche ne hanno messo in discussione la rigidità, il danno in termini di tempo e investimenti perduti è stato notevole.

Molte concessioni, come quelle storiche di ENI in Val d’Agri, si sono trovate spesso in un limbo amministrativo.

Le autorizzazioni, inoltre, per prorogare le estrazioni o per ammodernare gli impianti richiedono anni di passaggi burocratici tra Ministeri (Ambiente e Imprese) e Regioni, come per i giacimenti della Basilicata.

Spesso, infine, le attività vengono fermate o rallentate da diffide regionali legate al rispetto di parametri ambientali molto stringenti, come accaduto in passato per il giacimento in Basilicata di Tempa Rossa.

La questione delle Royalties e del “No-Oil”

In Basilicata esiste un paradosso: la regione è ricca di “oro nero”, ma i benefici economici per la popolazione non sono sempre stati proporzionali al potenziale.

La questione della Basilicata è il classico esempio di come il “vantaggio” italiano descritto da Gianni Murano si scontri con una realtà interna fatta di burocrazia e visioni politiche divergenti.

Questo ha generato una forte resistenza politica locale e sociale. Molti amministratori preferiscono puntare sui fondi “no-oil” (soldi che le compagnie petrolifere pagano per finanziare altri settori) piuttosto che autorizzare nuove trivelle, temendo danni al turismo e all’agricoltura.

Recentemente, nel 2025-2026, si è registrato un calo dell’estrazione (circa il 11%) dovuto proprio alla maturità di alcuni pozzi che non vengono sostituiti da nuovi impianti per mancanza di permessi.

Il “collo di bottiglia” tecnico

Non è solo questione di scavare, per aumentare la produzione serve:

  • potenziare i Centri Olio (come quello di Viggiano), che hanno limiti fisici di lavorazione.
  • gestire le acque di strato (il residuo dell’estrazione), la cui reiniezione nel sottosuolo è spesso oggetto di inchieste giudiziarie e blocchi cautelativi.

L’Unione Europea, ironicamente, in questo caso non è il “cattivo” che vieta, ma uno spettatore che attende che l’Italia sfrutti le proprie risorse per pesare meno sul mercato internazionale del gas e del petrolio.

La UE danneggia l’Italia?

Il danno economico, in realtà, che l’Unione Europea sta infliggendo alle nazioni è dovuto ad una ideologia estremista green, senza compromessi, portata avanti con cieca caparbietà.

Il green deal europeo sta distruggendo i terreni delle nazioni, considerata l’imposizione di una transizione ecologica rigida, che punta tutto sull’elettrico e su fonti produttive energetiche, che prevedono espropri di terreni agricoli, con conseguente distruzione delle economie locali, impoverimento delle popolazioni e azzeramento della produzione agricola, a vantaggio delle multinazionali.

L’Europa contribuisce solo per circa il 7-8% delle emissioni globali di gas serra. Anche se, per assurdo, diventassimo “zero emissioni” domani mattina, con la Cina che incide per il 30%, gli USA per il 13% e l’India per il7%, l’impatto sul clima globale sarebbe minimo, ma il danno economico interno sarebbe massimo.

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