
A Budapest si è sfilato per i diritti… ma si è perso il senso della misura. E anche un po’ il senso della realtà.
Budapest, 28 giugno 2025.
Mentre la città era sotto sorveglianza e il governo di Viktor Orbán ammoniva che:
“questo non è un Pride ma una provocazione”,
migliaia di persone hanno invaso le strade della capitale con paillettes, stivali lucidi, mutande fluorescenti e bandiere arcobaleno oversize.
Il messaggio ufficiale? Lotta per i diritti.
Il risultato reale? Una gigantesca parata dell’ego.
C’è chi ancora confonde i diritti con i lustrini.
Chi pensa che sfilare mezza nuda tra slogan isterici serva a educare.
Spoiler: non funziona così.
Il rispetto si costruisce con l’educazione, non con il latex. Si insegna a scuola, non per strada coi culi di fuori. E il concetto di “uguaglianza” non dovrebbe escludere quello di sobrietà.

Nel frattempo, da Bruxelles arrivano le solite prediche.
L’UE invoca la “libertà”, ma intende una libertà a senso unico: quella di imporre modelli culturali uniformi, ignorando storia, valori e sensibilità dei popoli che compongono l’Unione.
Un paese sovrano come l’Ungheria non può nemmeno più decidere se autorizzare o meno una manifestazione sul proprio territorio, senza essere accusato di oscurantismo medievale.
Ma cos’è più democratico: rispettare le identità locali o calare dall’alto agende ideologiche scritte a Bruxelles?
Mentre Orbán — con i toni da guerra culturale che gli sono familiari — denunciava il corteo come “ripugnante” e “organizzato dall’Occidente”, il movimento LGBTQ+ rispondeva con la solita formula: più sei estremo, più sei autentico.
Ma davvero la libertà si esprime solo così? Davvero per farsi rispettare bisogna diventare caricature?
E nel frattempo, chi rappresentava l’Italia in questa ennesima “manifestazione” dei diritti?? Carlo Calenda, rieletto con l’85,8% dei voti… da appena 13.700 elettori. Una standing ovation da assemblea condominiale, ma sufficiente per autoproclamarsi coscienza critica della nazione. Il suo partito ha raccolto il 3,34% alle europee, non ha superato la soglia di sbarramento, non ha eletto nessuno… ma detta la linea come se avesse in tasca la Costituzione.
E poi Elly Schlein, incoronata alle primarie da un voto popolare che oggi sembra evaporato. Una segretaria che parla di futuro, ma non riesce a farsi ascoltare nemmeno nel presente. Che invoca partecipazione, ma si ritrova circondata da comitati, reti civiche e spinte centrifughe che sembrano più un SOS che un progetto.
Rappresentanti di partito senza popolo, ma con molte opinioni. E chi dissente? Fuori dal gruppo. Anche da quello WhatsApp. Minoranze che rappresentano minoranze e che vorrebbero dettare la linea alle maggioranze. Insomma una ’élite popolare” per chi si proclama voce del popolo… dai salotti radical chic.
A furia di urlare “siamo diversi“, si rischia di dimenticare ciò che ci rende uguali: dignità, misura, pudore.
Quella che doveva essere una marcia per la convivenza si è trasformata in un circo post-identitario dove tutto è lecito purché “espressivo“.
E chi non applaude viene silenziato, etichettato, cancellato. Tolleranza? Solo se sei d’accordo.

La realtà è che chi lotta davvero per i diritti lo fa lontano dai riflettori, spesso in silenzio: tra i banchi di scuola, nei tribunali, nelle famiglie.
Non travestito da carnevale. Non sotto i flash, ma nella vita vera.
Il Pride, così com’è oggi, non unisce: divide.
Non emancipa: confonde.
Non educa: spettacolarizza.
E così, mentre Budapest assisteva all’ennesima performance pseudo-rivoluzionaria, il governo trovava su un piatto d’argento il nemico perfetto da mostrare ai suoi elettori.
Perché — ammettiamolo — oggi è più facile indignarsi in tanga che costruire un pensiero.
Più comodo sfilare che studiare.
Più cool “esprimersi” che capire cosa si vuole dire davvero.
Abbiamo approfondito questo argomento nella nostra rubrica settimanale P-assaggi, collegando ed unendo vari puntini…
buona visione
