
Nel nostro tempo, la ricerca di verità e la voce del dissenso risuonano più forti che mai. Siamo costantemente invitati a “risvegliarci“, a “non credere alla narrazione ufficiale”, a “informarci altrove”. Ma cosa succede quando la “libera informazione” e il “dissenso” cadono nella stessa trappola di ciò che criticano?
Il potere, in ogni sua forma, ha da sempre un metodo prediletto per governare le masse: la paura.
È la paura che ci spinge alla conformità, che ci rende docili, che ci fa accettare direttive senza questionare. È il mostro che ci viene costantemente agitato davanti agli occhi.
Ma se il cosiddetto dissenso e la “libera informazione”, nel tentativo di smascherare questo mostro, adottano la stessa strategia? Se il loro messaggio, anziché emancipare attraverso la conoscenza lucida, si basa anch’esso sull’allarme costante, sulla previsione di catastrofi imminenti, sull’incutere un timore perenne nel lettore o nell’ascoltatore?
Cosa abbiamo guadagnato allora?
La triste verità è che, in molti casi, abbiamo semplicemente assistito a uno spostamento. Quella parte di massa critica, stanca del sistema dominante e delle sue manipolazioni, si è trovata non liberata, ma rilocata. Traghettata da un recinto, il sistema, a un altro, il contro-sistema, magari più piccolo, ma sempre un recinto. Non una vera rottura, ma una ridefinizione del controllo basata sulla sottomissione alla paura.
Il dissenso senza soluzioni: un Loop Incessante?
E qui arriva il punto cruciale, la frustrazione più grande: dove sono le soluzioni? Cosa si propone realmente?
Ci ritroviamo troppo spesso a parlare sempre delle stesse cose, tra di noi, in circoli chiusi. Perché si continua a produrre contenuti e a organizzare eventi – trasmissioni, conferenze, “feste” – dove non si fa altro che riproporre le stesse analisi già viste in mille video, senza mai approfondire davvero le questioni, senza offrire soluzioni concrete e percorribili?
Perché invitare il pubblico a orientarsi verso trasmissioni dove ci si riconosce, si diventa amici, creando piccoli club o “sette” di pensiero, invece di promuovere un’analisi distaccata e universale?
Perché i contenuti prodotti, le opinioni del conduttore e degli invitati, sembrano sempre voler portare l’ascoltatore da una parte all’altra invece di rimanere lucidi e asettici rispetto alla narrazione degli avvenimenti?

Queste mie riflessioni hanno dato vita ad un video, dove, con l’aiuto di immagini e suoni, ho analizzato e approfondito questo mondo del dissenso:
La contraddizione del controsistema: stessi meccanismi, stesse dinamiche?
Ma come si può, nel tentativo di combattere un sistema, finire per adottare gli stessi schemi che si denunciano?
Concorrenza, slealtà, un neoliberismo mascherato da spiritualismo.
Sono le stesse logiche del potere che si dice di voler smascherare.
Abbiamo riflettuto e dato voce ai nostri dubbi su questi temi nella nostra rubrica settimanale, P-ASSAGGI:
Guardarsi le spalle per paura di essere “fregati“, preoccuparsi di iscritti, utenti, sovvenzionatori, ma, allora qual è il fine?
Vogliamo davvero combattere qualcosa o semplicemente spostare un pezzo di economia dal potere per farla arrivare a noi?
Accusare l’altro per invidia, per interesse? Il senso della collaborazione, del rispetto, della stima reciproca tra chi si occupa di libera informazione è amplificato, o viene messo da parte proprio come accade nei meccanismi che critichiamo?
Come possono figure storiche del giornalismo indipendente tarpare le ali a nuove menti che si affacciano alla denuncia e all’inchiesta?
Non dovrebbero invece sostenere, guidare e accompagnare chi porterà avanti il testimone in questa staffetta per la verità?
Il cambiamento non può avvenire replicando le stesse dinamiche del sistema dominante, ma rompendo gli schemi, creando veri modelli di indipendenza basati su cooperazione e crescita condivisa, non su rivalità ed egemonia.
Solo una riflessione radicale, che metta in discussione anche le proprie contraddizioni, può aspirare a un vero dissenso e non a un nuovo recinto.

1 comment
Ida Clo'
E la sua soluzione qual’è? Rimanere nel recinto e non pensare. Anche un animale chiuso in gabbia tenta di liberarsi anche se è inutile anche se ciò lo stremerà da morire. Il problema è una società che corre dietro al discorso “ripetuto” e inculcato in continuazione. E cosa dire delle elezioni manipolate? non è la controinformazione che si adatta, ma è chi comanda che compra ogni mezzo e con i soldi si ottiene tutto. I puri sono pochi. E ci trattano come animali, se in quella gabbia ci forniscono cibo a volontà, se non incontriamo spesso il carceriere sicuramente ci faremo una ragione di non avere libertà. Stadi pieni per partite di calcio o concerti, manifestazioni vuote. Chi fa parte della controinformazione si chiederà se ne vale la pena!!!! La lotta parte da uno ma deve essere seguito.
Mentre chi si fa pagare è un burattino, dove andare non è un problema suo. Più che una classe politica ci vorrebbero controllo. leggi e Magistratura onesta.