
Non sono riuscito a essere sintetico, lo dico subito (non è il mio forte). Mi è venuto fuori un pippone. E troppe cose non ho scritto che avrei potuto e voluto aggiungere! Ma per fortuna questo lungo articolo lo potete anche ascoltare in formato audio.
Il capitalismo, che brutta parolaccia, no? Orribile. Lo spunto per questa riflessione mi viene da due considerazioni che ho ascoltato sul capitalismo di mercato, una di Marco Enrico De Graya e l’altra di Francesco Toscano.
La prima la potete ascoltare al minuto 25’55’’ di questo editoriale di Gianluca Lamberti:
i prezzi delle armi vengono esageratamente gonfiati dalle potentissime lobby private del complesso militare-industriale (lo scrittore Davide Colantoni ha approfondito questo tema nel suo “Trattato sulla Classe Armata”). Colpa del capitalismo, direte voi. Certo, ma quale capitalismo?
Il “liberismo, o neoliberismo turbocapitalista, cioè il libero mercato”!, tuonerebbe Diego Fusaro, e immagino anche molti di voi.
Ma no: non è libero mercato
È “capitalismo di relazione”, spieghiamo noi libertari. Qual è la differenza? Non è pur sempre capitalismo? No, per niente.
La differenza cruciale tra le due forme di capitalismo – quello virtuoso e quello degenere – è piuttosto facile da capire: basta guardare se a intermediare la compravendita c’è di mezzo lo stato (volutamente minuscolo, come insegna il libertario anarco-capitalista Giovanni Birindelli), i governi, la politica, oppure no.
Prendiamo il caso delle armi da guerra.
Il governo stipula contratti a nome dei cittadini, non in mio nome, con le lobby private e paga profumatamente le armi con i soldi pubblici, tanti soldi pubblici, che ai cittadini estorce in grande quantità con tasse, debito pubblico e inflazione.
Già solo per questo non è libero mercato, perché l’acquisto e il pagamento sono estorti alla gente con la coercizione e senza consenso. Lobby, multinazionali, corporation,…, bypassano la volontà del popolo perché si accordano e fanno affari non con i cittadini ma con i governi: noi libertari anarchici non riconosciamo legittimità morale a nessun governo di rappresentarci né di agire nel nostro nome o per nostro conto. La teoria del contratto sociale è una finzione giuridica.

La compravendita dei vaccini anticovid, ma anche quelli pediatrici, avviene allo stesso modo: lo stato – il governo, il parlamento – impone per legge l’obbligo di vaccinarsi e acquista per lo scopo miliardi di euro di dosi, e a prezzi esorbitanti che sarebbero fuori mercato, se di libero mercato si trattasse.
Questo non è liberismo economico.
Il principio fondamentale del liberismo infatti è che lo stato non deve intervenire nell’economia (“lassaiz-faire”). Non deve sussidiare, finanziare, regolamentare, imporre, coartare.
Deve lasciare che Big Pharma e il complesso militare-industriale, per vendere i vaccini e per farsi finanziare l’acquisto di carri armati, missili, elicotteri, aerei bombardieri e qualsiasi altro materiale e progetto bellico, si rivolgano direttamente ai cittadini.
Che chiedano i soldi a noi, direttamente a noi individui in quanto consumatori/clienti. Se fossimo liberi di scegliere senza essere obbligati dai governi e degli apparati dello stato, quanti di noi acquisterebbero volontariamente i vaccini a mRNA e finanzierebbero progetti di ricerca e sviluppo in armi di distruzione di massa?
E quali sarebbero i reali prezzi di mercato, non gonfiati dall’intermediazione del governo?
La cruciale differenza tra il vero “capitalismo di libero mercato”, il liberismo economico, e il “capitalismo di relazione”, il crony capitalism, ovvero il cosiddetto capitalismo clientelare, sta tutta qui: se gli attori economici, e specialmente i potenti gruppi di capitale privato – banche, colossi finanziari, complesso militare-industriale, Big Pharma, Big Tech, Big Data, ecc. – fanno affari grazie alla complicità di stati e governi oppure no.
Se sì, se ricorrono alla collusione con stati, governi, parlamenti, partiti, allora stanno utilizzando “mezzi politici”: grazie alla complicità con il mondo della politica ottengono finanziamenti e sussidi pubblici, leggi e normative di favore, concessioni di monopoli artificiali, le “privatizzazioni”, coercizioni statali, salvataggi con soldi pubblici, ecc.
Banche, assicurazioni, multinazionali, corporation operano così, in regime di “capitalismo di relazione”, il capitalismo “corporativo mercantilista” di tipo fascista assistito e favorito dallo stato. Questo mercato, pesantemente distorto e piegato dall’intervento politico, non è affatto libero: non è libero mercato.
Capitalismo di libero mercato
Il vero “liberismo economico”, il “capitalismo di libero mercato” è un’altra cosa.
È quando la politica non c’entra. Quando gli apparati statali e governativi non giocano alcun ruolo.
È quando i privati sono costretti a rivolgersi direttamente agli individui consumatori/clienti/utenti senza alcuna intermediazione politica, senza alcun favoritismo istituzionale.
È quando gli imprenditori, gli industrie sono costretti a impiegare soltanto i “mezzi economici” che vuol dire offrire ai consumatori/utenti prodotti e servizi di qualità a costi minori rispetto alla concorrenza degli altri attori di mercato.
In questo caso il dominus del mercato non è più il governo, non è la politica; e non è nemmeno la lobby, la grande industria, la multinazionale. Il vero protagonista diventa l’individuo: è lui, il consumatore/cliente/utente l’arbitro che con le sue libere e volontarie scelte d’acquisto e di non-acquisto, può determinare le fortune o i fallimenti degli attori economici privati. Ma solo se le sue scelte sono veramente libere, non imposte né coartate dai governanti politici.
E qui vengo alla seconda considerazione che dicevo all’inizio, quella di Francesco Toscano.
Al minuto 43’00’’ (e poi al 44’40’’) del Controcanto di qualche giorno fa, Toscano ricorda che Visione TV vive di libere donazioni sul libero mercato delle idee, dell’editoria.
Toscano non è per niente un liberale, anzi è un convinto socialista nel senso di statal-sovranista.
Auspica un governo centrale forte che intervenga nell’economia nazionale e la diriga dall’alto con i suoi indirizzi politici. Eppure anche lui, sebbene limitatamente al tema della comunicazione, ha compreso che almeno una cosa non deve essere monopolio dello stato: l’informazione pubblica e che il governo, i partiti e la politica non devono impedire il libero dibattito sulla stampa, in tv e soprattutto in internet e sui social. Essendo stato vittima di pesanti censure, coercizioni e limitazioni della libertà di espressione, Toscano ha capito la necessità che si sviluppi un “libero mercato delle idee e delle opinioni” come ordine sociale spontaneo. Un “mercato libero dell’informazione” che emerge dal basso, dalla base sociale, per rispondere ai bisogni e alle esigenze della popolazione, delle comunità, degli individui.
E la scuola pubblica, la scuola dello stato? Perché invece quella dovrebbe restare monopolio dello stato? È così tanto diversa dall’informazione pubblica? Non indottrina e non fa propaganda a favore dell’ideologia statalista e contro le idee liberali, anarchiche e del vero capitalismo di mercato? Certo che la fa. Tutti i giorni, in continuazione. Se per fortuna in molti ormai comprendono quanto deleterio è il controllo dello stato, dei governi e della politica sulla libera informazione, purtroppo solo pochissimi si rendono conto di quanto sia devastante il monopolio statale dell’istruzione pubblica, e continuano a difendere l’impostazione statal-centralista che pone la scuola sotto il controllo verticistico totalizzante dei governi e dei ministeri della pubblica (d)istruzione, cioè della politica. Lo spiega bene Loretta Bolgan dal minuto 27’55’ nell’intervista con Riccardo Rocchesso.
Sta tuttavia nascendo, per adesso ancora a uno stadio embrionale, l’alternativa di mercato: l’homeschooling e le scuole parentali che, come la libera informazione, sorgono dal basso, fioriscono dalla creatività della base sociale, dal libero associazionismo degli individui e delle famiglie per rispondere ai bisogni dei territori, delle comunità locali (si ascolti ancora Loretta Bolgan, nell’intervista già citata, al minuto 30’50’’ .
Sarà lo sviluppo di un “ordine spontaneo di libero mercato” dei servizi pubblici di istruzione e formazione, vale a dire la “liberalizzazione” dei servizi scolastici, il futuro della scuola pubblica che prima o poi soppianterà la scuola monopolio di stato? Noi libertari anarco-capitalisti vogliamo sperarlo.
Ma se abbiamo detto che i servizi di comunicazione/informazione e di istruzione/formazione vanno sottratti al monopolio statale e lasciati all’ordine spontaneo di mercato, allora cosa è meglio fare con gli altri servizi pubblici – sanità, sicurezza, giustizia, pensioni, trasporti, ecc.? Ovvio, la stessa cosa! Vanno “liberalizzati” anche quelli, ovvero lasciati alla libera evoluzione creativa delle forze spontanee del mercato. Perfino l’attività legislativa, cioè la promulgazione delle leggi. Bestemmie? Assurdo? Impossibile? Anch’io pensavo che non avesse senso.
Nel suo saggio “L’anarco-capitalismo”, Piero Vernaglione scrive:
“A livello popolare si pensa che lo Stato sia necessario, dato che si confonde l’esistenza dello Stato (non necessaria) con il carattere indispensabile di molti dei servizi e delle risorse che attualmente (malamente) offre a titolo esclusivo […]. Gli esseri umani osservano che le strade, gli ospedali, le scuole, l’ordine pubblico ecc. ecc., sono forniti in gran misura (se non esclusivamente) dallo Stato, e dato che sono molto necessari, concludono senza ulteriore analisi che anche lo Stato è indispensabile. Non si rendono conto del fatto che le risorse citate possono essere prodotte con una qualità molto maggiore e in modo più efficiente, conveniente e conformemente alle necessità cambianti e differenti di ogni persona, attraverso l’ordine spontaneo del mercato, della creatività imprenditoriale e della proprietà privata”.
Anarco-capitalismo
Se è la prima volta che entrate in contatto con le idee liberiste e antistataliste, è normale che siete rimasti spiazzati.
La scuola dello stato non dispone ad aprirsi principi libertari anarco-capitalisti. Anzi, chiude la mente, la rende impermeabile alle idee liberali. Ma non a tutti, per fortuna.
Scrive lo studioso libertario ed economista di Scuola Austriaca, Giovanni Birindelli, nel suo bellissimo saggio “Legge e Mercato”: “
Perché la stragrande maggioranza delle persone è incapace di concepire l’ordine sociale spontaneo [cioè il principio base di un società libertaria e del mercato libero]? Innanzitutto a causa della scuola pubblica, che agisce sulla capacità di comprendere un ordine spontaneo allo stesso modo in cui un gesso applicato alla gamba di un bambino appena nato influisce sulla sua capacità motoria: anche ammesso che il gesso venga tolto dopo diciott’anni, la capacità motoria di quella gamba sarà fortemente compromessa. Tuttavia esistono persone di ogni età, di ogni background professionale e di vita, che pur non essendo state mai esposte al liberalismo classico e al libertarismo, ma che anzi sono state costantemente esposte alla propaganda collettivista, le quali, quando viene data loro l’opportunità, afferrano immediatamente il concetto di ordine spontaneo, come se lo stessero scoprendo dentro di loro, invece che acquisendo da fuori. Prendono e tagliano quel gesso che gli paralizza la gamba da sempre. E miracolosamente, invece di afflosciarsi sul pavimento, iniziano subito a camminare, anzi a correre”.
È proprio quello che è accaduto a me diversi anni fa.
Prima di scoprire e aderire all’anarco-capitalismo ero anch’io come tanti uno statalista convinto e un seguace della teoria economica keynesiana MMT. Poi per caso mi sono imbattuto nelle idee di libertà e, incuriosito, mi sono messo a studiare la filosofia politica libertaria e la Scuola Austriaca di economia. Ho letto le opere dei più importanti autori liberali, tra cui il filosofo Michael Huemer, uno dei massimi studiosi libertari anarco-capitalisti contemporanei. Nel suo capolavoro assoluto “Il problema dell’autorità politica: un esame del diritto di obbligare e del dovere di obbedire”, Huemer confessa:
“La mia filosofia politica è una forma di anarchia. La maggior parte delle persone sembra essere convinta che l’anarchia sia una sciocchezza, un punto di vista da folli, e questo pressappoco era anche il mio atteggiamento prima di saperne qualcosa”.
Prima di saperne qualcosa!
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