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BRICS: il volto nascosto della nuova guerra fredda e del controllo globale

di Carmen Tortora • 3 Novembre 2024 • Commenti di 0 utenti
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Eccomi di nuovo, pronta a mettere in chiaro una volta per tutte cosa si cela dietro i BRICS. Pensate davvero che questa alleanza sia nata per pura cooperazione? No, è lo stesso copione della Comunità Economica Europea: un blocco ideato sotto il paravento della Guerra Fredda, il primo passo per aggregare nazioni che sarebbero poi state manipolate per la Guerra Fredda 2.0, quella che stiamo vedendo prepararsi sotto i nostri occhi. Prima l’interdipendenza commerciale, mascherata da “libero commercio” e globalismo, poi un labirinto di regolamenti finanziari e giuridici, fino alla formazione di un blocco che profuma di federalismo comunista. Sono anni che lo dico, e ogni passo di questo piano va esattamente nella direzione che avevo previsto.

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto come il regionalismo si sia evoluto in una nuova religione, sostenuta da menti come Samuel P. Huntington. Nel suo Clash of Civilizations, Huntington ci aveva già avvertiti che il mondo non stava andando verso un’unica democrazia liberale, ma verso un sistema di blocchi multipolari, “civiltà” separate in base a linee religiose ed etniche. Un modello che chi tira le fila ha abbracciato con entusiasmo, perché serve perfettamente agli interessi dei “parassiti vampiri” che agiscono dietro le quinte.

Guardiamo al Valdai Club, il think tank russo che ora spinge un progetto chiamato R20 (Regionalism 20). Di cosa si tratta? Di una struttura per “supervisionare” – sì, supervisionare, ma leggiamo: controllare – lo sviluppo economico e finanziario delle regioni del G20. Per Maxim Lissovolik, questa piattaforma R20 rappresenta una “rete di connettività” che mira a connettere le principali infrastrutture globali. Si parla di giganti come la Belt and Road Initiative della Cina e dell’Asia-Africa Growth Corridor di Giappone e India. L’obiettivo? Sostituire il G20 stesso. La prova definitiva? Arriverà quando il petroyuan sostituirà il dollaro come valuta dominante.

E per chi sa dove guardare, ci sono altri segnali: le “Aree di Responsabilità del Comando Combattente Unificato” dell’esercito statunitense tracciano il mondo in sei precise zone operative. Coincidenze? Nient’affatto, ma un’evoluzione accuratamente orchestrata.

Huntington non è stato certo il primo a concepire questi schemi; si è limitato ad adattarli ai tempi. Già negli anni ’40, David Mitrany aveva messo a punto il concetto di “funzionalismo”, un’idea di dominio che non si realizzava più con le guerre dirette, ma attraverso l’istituzione di organi sovranazionali incaricati di “coordinare” settori strategici come il commercio e la sanità. Uno stratagemma finemente costruito: apparentemente orientato alla risoluzione di problemi comuni, il sistema di Mitrany creava in realtà una rete di dipendenze funzionali tra gli Stati, facendo di ogni funzione un silenzioso strumento di controllo.

Nel 1943, al servizio del British Foreign Office, Mitrany pubblicava il suo A Working Peace System, presentando queste idee sotto la facciata della “pace duratura”. Ma non lasciatevi ingannare: quel modello di “cooperazione funzionale” era in realtà pensato per incatenare i popoli e mettere nelle mani delle élite gli strumenti per edificare un impero senza confini. E Mitrany non era solo. Tra think tank e istituti come la London School of Economics e Yale, collaborava con organizzazioni e intellettuali che ufficialmente si occupavano di “pace” e “cooperazione internazionale”, ma che perseguivano obiettivi ben più oscuri.

Dietro le quinte, i finanziatori di questo teatro avevano già stabilito, nel lontano 1909, la strategia definitiva per conquistare il mondo: guerre infinite – o “perpetue” – che avrebbero fornito il terreno ideale per instaurare un controllo assoluto.

Non era del resto stato H.G. Wells, fabiano socialista e ponte tra le élite britanniche e statunitensi, a profetizzare ciò che ci attende nel suo romanzo Londra 2100. Il risveglio del dormiente? Un mondo dove la popolazione è ammassata in condizioni disumane, stretta nella morsa di un “White Council” oligarchico che governa con pugno di ferro. Un piano da completare entro il 2100, non un giorno di più.

Non vi sembra la stessa trama dei Hunger Games? Anche qui, siamo in una nazione distopica chiamata Panem, divisa in 12 distretti, ognuno sotto il rigido controllo di Capitol City. E ogni anno, Capitol punisce questi distretti con gli Hunger Games, uno spietato reality show in cui ragazzi e ragazze sono costretti a combattere fino alla morte. E così, la storia ci porta nel Distretto 12, dove Katniss Everdeen si offre volontaria per salvare sua sorella. Ma non si tratta solo di sopravvivere: attraverso alleanze e un’insurrezione crescente, Katniss sfida la brutalità di Capitol, divenendo simbolo della resistenza per i distretti oppressi.

In Hunger Games, siamo in un futuro imprecisato, probabilmente secoli più avanti. Non si fa mai riferimento a una data precisa, ma si intuisce che sia un’era post-apocalittica, in cui le vecchie strutture sono crollate dopo disastri naturali e conflitti devastanti, portando alla creazione di Panem, che occupa quello che un tempo era il Nord America.

A ben vedere, è tutto parte di una programmazione predittiva, il metodo attraverso cui libri, film e serie TV, in apparenza innocui, introducono temi e scenari futuri con lo scopo di assuefare il pubblico a cambiamenti già pianificati. Mostrare costantemente scene di pandemie, guerre o sorveglianza totale prepara le menti a queste idee, rendendole più propense ad accettarle quando si manifestano nella realtà. Il fine? Rendere il pubblico sempre più incline ad accettare mutamenti sociali, politici e tecnologici, agevolando l’agenda di chi detiene il potere e il controllo.

Torniamo a Londra 2100. Il risveglio del dormiente. La trama ruota intorno a Graham, un uomo del XIX secolo che, misteriosamente, cade in un sonno profondo per risvegliarsi duecento anni dopo, nel 2100, in una Londra distopica, dove nulla è ciò che sembra. Mentre dormiva, i suoi beni venivano gestiti e moltiplicati da un gruppo di interessi che aveva costruito un impero sfruttando il suo “sonno eterno”. Al risveglio, Graham scopre di essere, inconsapevolmente, il proprietario di gran parte del mondo, una figura temuta e venerata, dotata di un potere tale da poter decidere il destino della società.

Ma quel mondo che Graham trova al suo risveglio è marcio, segnato da disuguaglianze inimmaginabili, con la popolazione soggiogata a una classe elitaria mentre le masse languiscono oppresse. Nel corso della storia, Graham tenta di comprendere la nuova realtà e, inevitabilmente, diventa il simbolo della speranza per le masse sfruttate, unendosi infine a una rivolta contro quelle stesse élite che avevano tramato per controllarlo e manipolarlo.

La conclusione è drammatica e, volutamente, ambigua: Graham, nel caos della battaglia finale, si sacrifica, lasciando l’esito della ribellione in sospeso. La sua morte, però, si trasforma in un simbolo di speranza, un faro per chi anela a un mondo diverso, anche se Wells lascia intravedere un destino incerto. La sua visione, infatti, suggerisce che l’umanità potrebbe continuare a ricadere nei soliti schemi di oppressione, alludendo ai rischi di un mondo tecnologicamente avanzato, ma sempre prigioniero delle stesse ombre del potere.

Nel 2009, Michel Serres, il filosofo e sociologo francese, pubblicò Gaia: Il futuro della politica, un saggio che, più che un’opera di riflessione filosofica, sembrava una chiamata alla trasformazione radicale della nostra società. Serres esplorava il rapporto tra l’umanità e il pianeta Terra, che definiva Gaia, e lanciava un messaggio che non lasciava spazio a interpretazioni: per superare le crisi ambientali e sociali, avremmo dovuto ridisegnare da zero il nostro sistema politico e il modo in cui ci relazioniamo con la natura.

Il testo, o la “trama” – se vogliamo chiamarla così – segue un percorso concettuale audace: l’umanità, sosteneva Serres, non poteva più permettersi di considerarsi separata o superiore rispetto alla natura. Gaia, la Terra stessa, doveva essere vista come un’entità viva con cui interagire e verso cui essere responsabili, non come una semplice risorsa da sfruttare. E per farlo, non bastavano cambiamenti superficiali: Serres evocava la necessità di una vera “Dichiarazione dei diritti della Terra” e di un nuovo contratto sociale che ponesse il pianeta al centro delle decisioni politiche future. Solo spostando l’approccio dalla competizione alla coabitazione, sosteneva, l’umanità avrebbe avuto una chance di preservare il suo futuro.

Ma Serres non era l’unico a delineare questo scenario: un anno prima, nel 2008, Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del Movimento 5 Stelle, aveva prodotto un video sperimentale intitolato Gaia – The Future of Politics. In questo video, Casaleggio dipingeva un futuro inquietante, dove Internet era diventato il nucleo di tutta la comunicazione, conoscenza e organizzazione globale, portando una trasformazione radicale nella società e nella politica.

La narrazione, iniziando con una panoramica storica dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione e del potere, mostrava come Internet avesse “democratizzato” l’accesso all’informazione – o almeno così si voleva far credere. Secondo la previsione, entro il 2018 il mondo si sarebbe diviso in due blocchi: l’Occidente, caratterizzato da democrazie dirette e libero accesso alla rete, e paesi come Cina, Russia e Medio Oriente, dominati da dittature orwelliane che avrebbero mantenuto il controllo totale sull’accesso a Internet.

Poi, il 2020. Casaleggio prevedeva l’inizio di una Terza Guerra Mondiale, un conflitto di vent’anni in cui sarebbero state impiegate armi batteriologiche, accompagnato da un’accelerazione del cambiamento climatico, innalzamento dei mari di 12 metri, carestie globali, il collasso dell’era dei combustibili fossili e la distruzione dei simboli occidentali. Questa guerra avrebbe lasciato il pianeta in uno stato di devastazione, riducendo la popolazione mondiale a un miliardo di persone. Nel 2040, l’Occidente avrebbe infine trionfato, instaurando una “democrazia della rete” come nuovo sistema dominante. Entro il 2047, ogni individuo sarebbe stato dotato di un’identità digitale unica su Earthlink, un social network globale creato da Google che avrebbe reso superflui i passaporti, introducendo un nuovo livello di controllo globale.

Ma non finiva lì. Nel 2050, si sarebbe sviluppata una nuova entità chiamata BrainTrust, un’intelligenza collettiva che avrebbe risolto i problemi più complessi dell’umanità. Nel 2051, un referendum mondiale online avrebbe abolito la pena di morte. E infine, il 14 agosto 2054, si sarebbero tenute le prime elezioni mondiali online, sancendo l’istituzione di un governo globale chiamato Gaia. In questo nuovo ordine, partiti, religioni, ideologie – tutto sarebbe scomparso, lasciando l’uomo come unico governante del proprio destino. La conoscenza collettiva sarebbe stata la nuova, vera politica. Wells esplora temi simili nel saggio World Brain (1938), in cui immagina una rete globale di conoscenza condivisa, un “cervello mondiale” che permetterebbe all’umanità di accedere e contribuire a una conoscenza collettiva.

Questa visione si stagliava come una presunta utopia tecnologica, ma, a uno sguardo attento, rivelava piuttosto il progetto di una società senza confini e identità, in cui il controllo sarebbe stato esercitato da pochi potenti attraverso l’illusione della “democrazia della rete”.

Guardate i progetti delle smart city per il futuro: enormi megalopoli pronte a “ospitare” l’intera popolazione mondiale, mentre ogni spazio esterno viene lasciato a uno stato “naturale” inaccessibile, protetto dalle cosiddette Restoration Laws. Queste leggi, con il pretesto di “restaurare” l’ambiente, mirano a chiudere ai cittadini vasti territori, in nome della protezione ecologica. Ogni anno, obiettivi sempre più ambiziosi e distopici estenderanno queste aree, fino a escludere totalmente i comuni mortali che potranno solo osservare la “natura” tramite i loro dispositivi, limitandosi a un “gemello digitale” della realtà, accuratamente manipolato.

Il grande gioco è stato formalizzato già nei primi anni ’60, con il Special Studies Project dei Rockefeller. Il mondo, secondo il loro piano, doveva essere diviso in grandi aree economiche e politiche, raggruppate su base regionale e allineate attraverso interdipendenze economiche. Ecco la chiave: per raggiungere quel “governo mondiale federale” che avevano in mente, occorreva passare prima dalla regionalizzazione, guidata dall’ONU e, ovviamente, sotto la direzione degli Stati Uniti – ridotti, nel frattempo, all’ombra di ciò che erano stati. Guardate l’Europa: il copione si ripete ora con i BRICS.

Negli anni ’70, per alimentare questa macchina, hanno staccato il dollaro dall’oro, aprendo la porta a guerre finanziate senza sosta. Ma vi siete mai chiesti quante guerre abbiano vinto davvero gli Stati Uniti? Nessuna. Perché, al di là dei profitti che riempivano le casse dell’élite, ogni conflitto serviva a generare odio verso gli Stati Uniti e l’Occidente. Nel frattempo, Russia e Cina, finanziate profumatamente dall’Occidente, apparivano come “giganti buoni” – mai una guerra, mai un conflitto diretto.

“La Cina”, come affermavano i piani segreti, “si ribellerebbe apertamente a una dominazione straniera, ma abbraccerebbe il Nuovo Ordine Mondiale se le fosse fatto credere di avere il controllo”. Ed ecco la brillante strategia in due fasi:

  1. Creare una falsa alleanza anti-occidentale – una coalizione incentrata sulla Cina, da contrapporre all’alleanza occidentale. La stampa mainstream ce ne ha dato già qualche indizio, come in un articolo del 2002 intitolato “La Cina vuole il suo ‘nuovo ordine mondiale’ per opporsi alla versione statunitense”. I burattinai, è risaputo, amano usare fazioni opposte per perseguire i loro scopi, assicurandosi sempre di avere le redini di entrambe.
  2. Spingere il pubblico mondiale verso le braccia dell’alleanza cinese. Ma come farlo? Semplice: dipingere il Nuovo Ordine Mondiale dell’Occidente come una minaccia brutale e, al contempo, promuovere quello della Cina e dei suoi alleati come un paradiso pacifico. Creano paura da una parte e sicurezza dall’altra.
    • Hanno orchestrato azioni scandalose e provocatorie, sia economiche che militari, da parte delle potenze occidentali. Vi suonano familiari i disastri in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria?
    • Hanno esposto ogni tipo di scandalo sulle nazioni occidentali, specialmente sugli Stati Uniti. E chi abbiamo visto scappare dai tentacoli della NSA? Edward Snowden: prima in Cina (Hong Kong), poi in Russia. Il messaggio? Cina e Russia sono il rifugio dalla minaccia maligna degli Stati Uniti e del loro impero decadente.
    • E il caso Assange? Una mossa perfetta. Vogliono farci credere che le intelligence, quelle stesse che controllano ogni comunicazione e ogni segreto, si siano fatte sfuggire un leak di tale portata? No, è solo un altro tassello nella messinscena globale. Assange rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana, poi incarcerato: uno spettacolo orchestrato per creare un martire, un “eroe” anti-sistema. Ma di quale sistema stiamo parlando? Di quello stesso apparato che ci fa credere che le informazioni “fuggano” dalle loro mani come perdite accidentali.

Non sto dicendo che Assange ne fosse consenziente o consapevole, ma la sua vicenda ha rafforzato l’immagine di un Occidente spietato che perseguita chi si oppone, mentre l’Est, con la Russia in particolare, viene ritratto come un potenziale rifugio per chi cerca scampo dalla sorveglianza oppressiva dell’Occidente.

Il gioco è chiaro: hanno costruito una trappola, l’alleanza BRICS, che sembra una salvezza dal pericolo. Ma attenzione: è solo un rifugio ingannevole per attirare chi cerca protezione dall’Occidente. Nel frattempo, con le azioni scellerate delle potenze occidentali, spingono sempre più “conigli” spaventati verso questa trappola ben allestita.

I globalisti hanno costruito il Nuovo Ordine Mondiale su misura per le “aspirazioni dei popoli” a liberarsi dal giogo coloniale. È per questo che i BRICS esistono, per questo il NWO appare “multipolare”: vogliono che le nazioni oppresse credano di sconfiggere l’Occidente, che si vedano finalmente in trionfo. Ma in verità, è solo l’inizio di una nuova fase di sottomissione. I popoli del mondo si sveglieranno un giorno, solo per scoprire che l’uguaglianza promessa altro non è che un’uguaglianza di servi globali.

E adesso, addentriamoci nella dichiarazione del vertice di Kazan, un documento corposo, scritto in quel linguaggio nebuloso tipico delle comunicazioni delle Nazioni Unite, del G7, del G20. È come se fosse stato copiato e incollato dai documenti occidentali: denso di parole ma leggero di sostanza. Ma ecco la cosa davvero interessante: non c’è nessuna menzione diretta alla NATO, nessun accenno all’Unione Europea, al dollaro o a una volontà esplicita di sostituire il sistema SWIFT. In altre parole, tutta la retorica che ci vendono sui BRICS come distruttori del dollaro e dell’Occidente… non compare affatto nella dichiarazione ufficiale.

Eppure, i media alternativi sono pieni di allusioni a un imminente collasso dell’Occidente per mano dei BRICS, dipingendoli come cavalieri della giustizia pronti a spezzare le catene del sistema occidentale. Ma la realtà? È ben diversa. La dichiarazione è una minestra riscaldata, un susseguirsi di frasi roboanti che sembrano tutto fuorché una minaccia imminente al dominio globale del dollaro.

Ora che il Grande Vertice di Kazan dei BRICS+ è terminato, i vampiri sono tornati nei loro rifugi, al sicuro nelle loro lussuose fortezze, cullati da visioni di un nuovo ordine multipolare che danza nelle loro teste. Ma per chi legge attentamente tra le righe, i loro veri intenti restano avvolti nelle ombre.

Partiamo dai “partner” del summit. Il primo è Hongqi, il produttore di auto cinese fondato nel 1958 sotto la guida di Mao. Ironico che il marchio si chiami “Bandiera Rossa” (Hongqi in mandarino). Ecco un piccolo dettaglio curioso: la prima auto di Hongqi era una copia di una Chrysler del ’55, riservata esclusivamente ai pezzi grossi del Partito Comunista. Per il proletariato, invece, nemmeno l’ombra di quella lussuosa berlina “capitalista”. Nulla dice “comunismo” come imitare il lusso occidentale e vietarlo al popolo.

Ma andiamo oltre. L’ascesa di Mao non fu affatto casuale. La Corona britannica aveva da tempo interessi strategici in Cina, specialmente nel controllo del commercio dell’oppio. Forse c’era un compromesso nascosto dietro il suo potere: un patto che avrebbe giovato tanto all’élite comunista quanto ai “parassiti vampiri” che si sarebbero serviti del regime anni dopo, fino ai giorni nostri, per introdurre un sistema collettivista tecnocratico.

Il secondo partner strategico? Sberbank, la banca statale russa di cui la Russia controlla il 50% più un’azione con diritto di voto. E a capo di questa macchina imponente troviamo Herman Gref, veterano dell’élite russa, con legami che spaziano da Gazprom a Yandex. Nel 2020, Gref ha orchestrato la “trasformazione” di Sberbank: da semplice banca a “ecosistema” onnipresente, con servizi che vanno dall’intrattenimento al cibo, dal cloud alle farmacie, producendo persino farmaci generici. Ora è semplicemente “Sber” – una banca che, di fatto, è diventata molto di più, un colosso digitale con ambizioni ben più ampie della finanza tradizionale.

Ma ecco il dettaglio che svela tutto: Gref è uno dei “Young Global Leaders” del World Economic Forum (WEF), scelto per il suo “potenziale impatto globale.” Sappiamo tutti cosa significa: il WEF, con la sua agenda della “quarta rivoluzione industriale” e il progetto di trasformazione digitale, ha bisogno di uomini di fiducia per portare avanti il piano. Non solo: Gref è anche fiduciario del WEF. E durante la pandemia? Sberbank ha creato Immunotechnologies, una sussidiaria che ha ottenuto i diritti esclusivi per distribuire il vaccino Sputnik V. Con una spesa di 3 miliardi di rubli, Sberbank ha invaso il settore sanitario, producendo vaccini, attrezzature e dispositivi di protezione destinati ai maggiori centri di ricerca. In altre parole, Sberbank si è trasformata nel braccio sanitario della Russia, estendendo il proprio controllo su settori chiave e sensibili.

Ma c’è di più. Sberbank e il governo russo sono già immersi nel mondo del data mining e della criptovaluta. Il 18 ottobre, il Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF) e BitRiver, gigante dei data center, hanno annunciato una partnership per sviluppare intelligenza artificiale e potenza di calcolo, con 21 data center operativi e altri 10 in costruzione. È evidente: costruire le infrastrutture digitali dei BRICS è il primo passo per dominare il panorama globale del digitale. E se la Russia riuscisse davvero a eguagliare gli USA su questo fronte? Diventerebbe impossibile ignorarla – e per qualcuno, molto difficile fermarla.

A guidare questa mossa c’è Kirill Dmitriev, CEO del RDIF e parte della cerchia dei “Young Global Leaders” del World Economic Forum. E dove è stato “formato”? A Stanford, il centro mondiale di manipolazione delle masse, e ad Harvard, che ha sfornato una lunga lista di psicopatici elitari. Il tutto sotto la bandiera della cosiddetta “diplomazia civile” degli anni ’90 nello spazio post-sovietico. Ecco un dettaglio “curioso”: da ragazzo, Dmitriev fu mandato in California a vivere con “amici di famiglia” americani. Coincidenze? Ho 10 rubli che puntano sul fatto che questi “amici” avessero legami con la CIA. Dopo la laurea, eccolo catapultato direttamente nei circoli di Goldman Sachs e McKinsey. Fin dove bisogna scendere negli abissi dello Stato Profondo prima che la gente inizi a notare che qualcosa non torna?

È ora di aprire gli occhi: i BRICS non sono altro che un altro ingranaggio nell’agenda del World Economic Forum. Eppure, c’è chi nella cosiddetta comunità “anti-sistema” si lascia ancora ammaliare dalla favola dei BRICS come “ribelli” contro i globalisti. Sì, proprio come la favola di QAnon con Trump. Gli ingenui creduloni di turno, convinti che i BRICS stiano combattendo i poteri forti dell’Occidente, stanno abboccando a un’altra storia ben confezionata.

Date un’occhiata alla dichiarazione ufficiale del summit di Kazan: pubblicata online il 23 ottobre, prima ancora che il vertice fosse concluso. Tutto già scritto, tutto pianificato in anticipo. Nessun dibattito, nessuna vera discussione, solo una messinscena ben orchestrata per intrattenere gli utili idioti accorsi per un pranzo gratis. Ma attenzione, non fraintendete: questa è solo la mia modesta opinione… oppure quella di una “teorica del complotto”, giusto?

La dichiarazione, prevedibilmente, riafferma “lo spirito BRICS di rispetto, uguaglianza sovrana, solidarietà, democrazia, apertura, inclusività”. Pace, amore e comprensione, insomma – niente di più che una patinata copertura per una furtiva presa di potere globale orchestrata da questi “giganti multipolari”.

La dichiarazione dei BRICS non perde tempo a ribadire i loro “nobili” impegni. E come potrebbero, visto che iniziano con l’elemento simbolico per eccellenza: l’ONU è definita la “pietra angolare indispensabile” del sistema internazionale. La scelta di questo termine non è affatto casuale. Nel linguaggio esoterico e massonico, la “pietra angolare” rappresenta la base del potere, il simbolo dell’inizio di una nuova costruzione, sia essa materiale o spirituale. Non è un mistero che i massoni, insieme ai teosofi, abbiano sempre sognato una “Grande Opera” – la creazione di un nuovo ordine mondiale costruito su pilastri ben definiti. E qui, con il patrocinio del World Economic Forum, vediamo proprio quel sogno prendere forma.

Parliamo di Agenda 2030, la bandiera sotto cui si nasconde il grande piano per “pace, prosperità e un pianeta sano.” Ma chi decide cosa è prospero, cosa è “sano”? Forse quei pochi che, dietro il velo delle istituzioni, spingono verso un obiettivo comune, ben lontano dal benessere delle masse. Una partnership strategica tra l’ONU e il WEF per accelerare questi “obiettivi” non è certo una coincidenza. Piuttosto, è un segno che i pezzi del puzzle si stanno finalmente allineando.

Eppure, i fedeli della “grande scacchiera” sussurrano che Putin e Xi stiano solo fingendo di aderire agli obiettivi delle Nazioni Unite per “ingannare” i globalisti. Sarebbe un piano da manuale, no? Fingere di essere complici per poi ribaltare il tavolo, infilando i loro scintillanti BRICS come salvatori del mondo. Ovviamente, i globalisti sono così ciechi che non vedono la trappola, nonostante sorveglino ogni comunicazione globale. E alla fine, poveri illusi, saranno messi all’angolo dalle “arti oscure” di Putin e Xi, pronti a sferrare il colpo finale a Klaus Schwab. Fidatevi.

Il documento ribadisce con fervore l’appello del G20 per una “riforma della governance globale”, questa volta sotto l’egida del Brasile. Ma cosa si nasconde dietro questa “riforma”? Un potenziamento mai visto dell’ONU, una ristrutturazione strategica del Consiglio di Sicurezza con nuovi membri per riequilibrare il potere globale, una revisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, una riforma del Fondo Monetario Internazionale e – tenetevi forte – persino discussioni sulla tassazione dei miliardari. Un copione che abbiamo già visto? Assolutamente.

Ora arriviamo al cuore pulsante del piano: i potenti hanno già messo nero su bianco l’ambizioso “ONU 2.0”, un programma studiato per trasformare le Nazioni Unite in una macchina di controllo globale senza precedenti. L’obiettivo? Equipaggiare l’ONU con strumenti ancora più potenti per estendere la sua influenza su ogni angolo del pianeta. Al Summit del Futuro, il “Patto per il Futuro” è stato adottato con un impegno granitico verso il multilateralismo. Tradotto: un ulteriore passo verso il potere centralizzato, mascherato da un sistema “equo e sostenibile”. Naturalmente, tutto questo perfettamente sincronizzato con l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

E non dimentichiamoci del Fondo Monetario Internazionale – la punta di diamante del cartello finanziario globale. Potenti, spietati e straordinariamente influenti, sono pronti a colpire dove vogliono. Probabilmente non l’avete letto altrove, ma il Fondo Monetario Internazionale è stato l’artefice dietro l’operazione anti-terrorismo in Ucraina nel 2014. Tutto risale a Jackson Hole, al raduno dei banchieri centrali, dove Jack Lew parlò con Christine Lagarde, allora alla guida del FMI. Lagarde impose alla giunta ucraina di usare la forza per controllare il sud e l’est dell’Ucraina, pena la rottura degli accordi economici con il FMI. Senza i fondi del Fondo, il governo ucraino non avrebbe potuto mantenersi – così, in un attimo, Kiev lanciò le operazioni antiterrorismo contro le popolazioni del Donbas. E guarda caso, prima di quell’attacco strategico, una schiera di emissari si riversò a Kiev per “incoraggiare” il governo a prendere l’iniziativa.

Ma non finisce qui. La guerra contro lo Yemen nel 2015 esplose dopo che lo Yemen rifiutò un’offerta del FMI. Stessa storia in Bolivia: un colpo di stato scoppiò proprio dopo il rifiuto di un’offerta di finanziamento del Fondo. Coincidenze? Difficile crederlo. Ogni governo che si oppone si trova magicamente in ginocchio.

E chi applaude a tutto questo come una rockstar del controllo globale? Esatto, il World Economic Forum, il gran promotore della “quarta rivoluzione industriale”, sostenitore instancabile di ogni mossa. Un’influenza sottile ma potente che sostiene questa riorganizzazione globale con un entusiasmo che non lascia dubbi su chi tirerà le fila dietro le quinte.

Il loro messaggio è chiaro: il mondo deve evolvere verso una nuova multipolarità, spostando il potere da Occidente a Oriente. Riformare le Nazioni Unite è un obiettivo che i BRICS, e in particolare la Russia e la Cina, perseguono con zelo. La Dichiarazione di Johannesburg II del 2023 ribadisce questa visione: aprire le porte del Consiglio di Sicurezza a Brasile, India e Sudafrica. Un Consiglio “più democratico, rappresentativo ed efficiente”, che risponda alle “aspirazioni” dei paesi in via di sviluppo, rappresentando le nazioni emergenti di Africa, Asia e America Latina.

Ma non illudetevi: il tanto proclamato “mondo multipolare” non vedrà mai la luce fino a quando due condizioni non saranno soddisfatte. Primo, il sistema finanziario mondiale dovrà abbandonare il dollaro come valuta di riserva per passare a un paniere di valute controllato da nuovi attori. Secondo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrà essere riformato per includere i membri dei BRICS, come Brasile, India e Sudafrica – i campioni del Sud del mondo.

Gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, che tengono saldo il controllo sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU, faranno di tutto per non perdere il dominio. Sanno benissimo che se i BRICS dovessero fare il loro ingresso, sarebbe la fine della supremazia occidentale. Ma i veri burattinai, quei vampiri parassiti che tessono i fili del potere globale, hanno già deciso la direzione: il modello da seguire è quello “efficiente” e senza libertà, già testato con successo in Cina. E perché mai Russia e Cina sostengono così ardentemente i loro alleati BRICS? La risposta è semplice: per stringere ancor di più la morsa sul potere globale. Ma l’idea di una vera ONU democratica, dove ogni nazione ha voce uguale e il potere di veto scompare, è solo un’illusione che non ci sarà mai concessa.

Il World Economic Forum, come da copione, si unisce entusiasta al coro delle cause “universali” come l’UNFCCC e il Protocollo di Kyoto, spacciandoli per impegni per il “bene comune” grazie alla loro “adesione quasi universale.” E al vertice dei BRICS, naturalmente, non poteva mancare António Guterres, segretario generale dell’ONU, con i suoi discorsi su cambiamento climatico, intelligenza artificiale e “cooperazione globale.” E cosa sfodera davanti ai leader mondiali? La solita retorica della “famiglia globale.” Ma di quale famiglia parliamo davvero? È la rete globale di sorveglianza e controllo che ho già descritto nel mio libro Welcome to 1984: il “villaggio globale” profetizzato da McLuhan, dove ogni individuo è costantemente tracciato, monitorato, controllato.

Il concetto di “famiglia globale” o “umanità collettiva” affonda le sue radici in tradizioni esoteriche, teosofiche e massoniche, che lo collegano a una visione dell’intera umanità come un’unità interconnessa e indivisibile. Per queste tradizioni, l’individuo non è che una cellula di un organismo cosmico molto più vasto, dove il pensiero e la consapevolezza collettiva convergono in un’unica coscienza universale. È un’idea che riecheggia attraverso simboli antichi, archetipi potenti e, sì, anche nella moderna infrastruttura della sorveglianza globale.

Secondo la visione esoterica, l’umanità collettiva è un aspetto cruciale della crescita spirituale, l’unione di singoli frammenti che formano una coscienza unitaria. Correnti come l’ermetismo e l’alchimia sostengono che ogni essere umano sia una scintilla dell’unica intelligenza divina, unita agli altri in un campo di energia e consapevolezza chiamato Registri Akashici. Questi registri sono la “memoria universale” dove ogni pensiero, emozione e azione umana è scritta e custodita, come un’eterna biblioteca cosmica. All’interno di questa memoria collettiva, la “famiglia globale” esiste come un’unica entità, e ogni persona ne è parte inseparabile.

Un concetto simile si trova nella noosfera, la “sfera del pensiero” che il filosofo Teilhard de Chardin descrive come una rete invisibile che collega le menti umane. Questa noosfera, secondo de Chardin, è destinata a evolversi fino a diventare una coscienza globale unica. I piani di un futuro mondo “armonioso” sembrano attingere a questi stessi concetti, ma si traducono in un monitoraggio costante e in una conformità collettiva.

In teosofia, l’umanità collettiva assume un significato centrale. La Società Teosofica, fondata da Helena Petrovna Blavatsky nel XIX secolo, propose la Fratellanza Universale come pilastro della sua filosofia, sostenendo che tutte le razze, religioni e culture sono manifestazioni di un unico Logos, lo spirito universale. Blavatsky e altri teosofi insegnavano che l’evoluzione spirituale dell’uomo è, per natura, collettiva: l’umanità deve avanzare come una sola unità verso l’illuminazione globale. Questo richiamo alla “famiglia globale” è associato a cicli cosmici e alla progressiva ascesa della coscienza collettiva. Le radici della Fratellanza Universale risuonano con l’idea di un “nuovo ordine mondiale”, ma quello teosofico puntava alla liberazione spirituale, non al controllo totalizzante.

Anche la massoneria ha radici filosofiche che rispecchiano il concetto di unità e fraternità umana, rappresentando l’umanità come un grande edificio in cui ogni individuo è una pietra, una componente necessaria per il compimento dell’intero. Nei rituali e nei simboli massonici, si intravede un percorso verso la scoperta del proprio posto all’interno dell’”universo ordinato,” una noosfera spirituale che unisce tutti gli esseri umani in una “famiglia universale.” Qui, ogni nazione, cultura e individuo cooperano per costruire un mondo ideale. Solo che questa visione è stata trasformata: oggi, l’idea della “famiglia globale” viene usata per promuovere una struttura di sorveglianza globale che emula quest’antica aspirazione, ma con lo scopo opposto: invece che unire, serve a monitorare, anziché liberare, trattiene.

In questa versione moderna, la “famiglia globale” diventa un’illusione per giustificare una rete di sorveglianza e conformità. Non è la Fratellanza Universale dei teosofi, né l’umanità connessa ai Registri Akashici, e tantomeno il “grande edificio” dei massoni. La “famiglia” è, ora, una rete di occhi e orecchie che tutto vede e tutto controlla.

E poi c’è la nuova alleanza spaziale dei BRICS, con i loro satelliti in orbita bassa, ufficialmente per raccogliere dati sui “cambiamenti climatici”. Davvero crediamo ancora a questa storiella del “telerilevamento”? Questa è solo una copertura per un monitoraggio globale 24/7, reso possibile grazie al 5G e al futuro 6G per processare dati in tempo reale. Ogni satellite lanciato è un occhio in più su di noi, un tassello in più nel sistema di controllo globale che stanno costruendo, uno strato dopo l’altro, fino a creare una rete inestricabile di sorveglianza planetaria.

Ma non è tutto. I BRICS hanno istituito un proprio centro di ricerca sui vaccini, una macchina “sanitaria” con l’obiettivo dichiarato di contrastare malattie infettive e, soprattutto, la tanto temuta “Malattia X.” Sì, proprio quella. Il World Economic Forum ci avverte da anni su questa minaccia enigmatica, e ora si parla già di piani per vaccinare contro un virus che… non è ancora apparso. E chi alimenta questa narrativa? Kate Kelland, autrice per la sezione “Agenda” del WEF, sempre pronta a diffondere l’idea di una “Disease X” in podcast e articoli sulla preparazione pandemica.

Dietro le quinte, spunta la CEPI, l’organizzazione creata per sviluppare vaccini “in anticipo,” supportata dai soliti volti noti: Bill Gates e il fedele Tony Blair. Una struttura che sembra più una rete di controllo preventivo, pronta ad agire appena scatta la prossima “emergenza”.

E ora, addentriamoci nell’agenda woke, quell’invisibile rete che filtra in ogni parola, in ogni frase di questi documenti. “Chiediamo di aumentare il ruolo e la quota delle donne, soprattutto dei paesi meno sviluppati, a diversi livelli di responsabilità nelle organizzazioni internazionali…” — eccoci qui, nel cuore pulsante del programma inclusivo. Dimentichiamoci la selezione basata sulle competenze o sui meriti personali. Ora, le quote sono essenziali, e queste quote devono sostenere un’agenda di “equità” ben lontana dalla vera meritocrazia.

E come se non bastasse, rilanciano ancora: “Riconosciamo il G20 Call to Action on Global Governance Reform,” la richiesta del Brasile di riformare il G20, con un occhio particolare all’espansione del ruolo delle donne. Qual è il vero scopo? Certo, vogliono più donne in posizioni chiave, ma se davvero si trattasse di selezione per merito, chi avrebbe qualcosa da obiettare? No, qui siamo oltre la semplice competenza. Qui si parla di costruire una struttura “inclusiva” per servire scopi più vasti.

Ma non finisce qui: “Sosteniamo un processo di selezione basato sul merito inclusivo ed equo per le posizioni al vertice delle istituzioni di Bretton Woods, una maggiore rappresentanza geografica e la quota delle donne.” Ci tengono tanto a Bretton Woods, anzi, sembra quasi che stiano cercando di rispolverarlo, rafforzando il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Solo che ora, a differenza del passato, vogliono avere più controllo su queste istituzioni.

E come al solito, ecco che arrivano le criptovalute e le valute digitali delle banche centrali (CBDC): “Ribadiamo il nostro impegno per combattere i flussi finanziari illeciti, il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo… comprese le criptovalute, per scopi illegali.” Vogliono monitorare tutto, con la scusa di “prevenire” il crimine. Non suona già come il preludio a un sistema di sorveglianza globale?

Poi si passa agli “stakeholder,” i nuovi padroni del mondo: “Chiediamo un dialogo rafforzato all’interno dei BRICS sulle questioni del riciclaggio di denaro e il contrasto al finanziamento del terrorismo con la partecipazione delle parti interessate.” E chi sono queste “parti interessate”? Gli “stakeholder,” termine caro a Klaus Schwab, che ci ricorda che il controllo del mondo è ben pianificato, anche a livello delle giovani generazioni: “Sottolineiamo l’importanza di creare condizioni per uno sviluppo sicuro delle giovani generazioni…”

E naturalmente, non manca il tema della disinformazione: “Esprimiamo serie preoccupazioni per la diffusione esponenziale della disinformazione e delle fake news…” La censura si veste di preoccupazione per la “verità.” E mentre il Brasile fa da pioniere nella censura sui social, ci mostrano la strada che intendono percorrere: “Pur riaffermando l’impegno alla sovranità degli stati… garantire il libero flusso e l’accesso pubblico a informazioni accurate e basate sui fatti.” Tradotto? Decideranno loro cosa è vero e cosa non lo è.

Poi c’è il controllo dei dati, la nuova frontiera del potere: “Preoccupati del rapido processo di digitalizzazione… sottolineiamo il ruolo chiave dei dati per lo sviluppo.” E proseguono: “Evidenziamo che una governance giusta, inclusiva ed equa dei dati è fondamentale.” Insomma, i dati sono cruciali, e ogni informazione digitale verrà monitorata, limitata, gestita, tutto per il “bene comune.”

E vogliono pure regolare i flussi di dati tra i Paesi: “Chiediamo la definizione di un quadro globale giusto ed equo per la governance dei dati, compreso i flussi di dati transfrontalieri.” Un quadro che deciderà chi avrà accesso a quale dato, chi potrà usare cosa, e ovviamente, tutto sotto il controllo ONU, con il tocco della Cina.

La “nuova rivoluzione industriale” non poteva mancare: “Riconosciamo che il partenariato per la nuova rivoluzione industriale funge da piattaforma guida per la cooperazione di BRICS.” Ah, la famosa Industria 4.0 che fa battere il cuore a Klaus Schwab, con partenariati e produttività – una vera ode al controllo totale.

Ma non finisce qui, perché parlano dei “mercati del carbonio”: “Riconosciamo l’importante ruolo dei mercati del carbonio… come uno dei motori dell’azione per il clima.” E via con la nuova economia verde, fondata su uno scambio che rafforza il controllo su industrie e nazioni, tutto per il clima.

E come ciliegina, arriva l’OMS: “Ribadiamo il nostro sostegno al ruolo centrale di coordinamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità,” sempre lì, pronta a riformare il sistema globale per proteggere la “salute pubblica.” Insomma, l’OMS diventa il guardiano della nostra “salute”, supportata da istituzioni globali che mirano a prevenire, preparare e rispondere a ogni futura “emergenza sanitaria.”

A coronamento, troviamo il sistema di “pre-allerta”: “Sosteniamo le iniziative del BRICS R&D Vaccine Center… l’ulteriore sviluppo del BRICS Integrated Early Warning System.” Un sistema per avvertirci di ogni nuova minaccia sanitaria, prima ancora che accada.

Tutto sommato, è solo un altro “BRICS nel muro”. Quello che vediamo è un progetto totalmente globalista travestito da nuova alleanza. I BRICS stanno costruendo una propria “cultura”, ma la stanno riempiendo di comitati, sotto-comitati, e sub-organizzazioni ad ogni livello immaginabile.

Ecco solo un assaggio dalla loro dichiarazione: Festival della cultura BRICS, Festival del cinema, Alleanza dei musei, Alleanza delle biblioteche, Alleanza dei teatri per bambini, Alleanza della danza popolare, Giochi BRICS, Summit dei giovani, Consiglio dei giovani, Forum parlamentare, Dialogo tra partiti politici, Forum di urbanizzazione, Forum delle donne, Alleanza imprenditoriale femminile, Forum accademico, Forum civile… e la lista continua all’infinito. Think tank, centri di arbitrato, comitati per la cooperazione digitale e financo il “Giorno del geografo BRICS”. Il tutto riempito di tecnocrati entusiasti, convinti di far parte di una rivoluzione globale che in realtà non comprendono.

È un sistema che ricorda in tutto e per tutto l’establishment del World Economic Forum: tecnocrati psicopatici, scienziati pazzi e burocrati iper-organizzati che creano strutture senza fine, riempiendo questi ruoli con uomini e donne senza spina dorsale, moralmente deboli e ben contenti di essere risucchiati in una macchina che li rende importanti, ma solo a livello di facciata.

In fondo, cosa sono? Solo dei patetici burocrati senza immaginazione, servi ben remunerati di un sistema che li ha sedotti con la promessa di status e vantaggi, ma che in realtà non è altro che il “Culto dei Vampiri” mascherato da rivoluzione multipolare.

La strada per l’inferno è lastricata di burocrazia, e i vampiri globalisti del WEF e dell’ONU piovra sono i maestri indiscussi di questa tetra arte. Sono dirigenti intermedi, micro-manager, macro-manager, amministratori viscidi. Individui dall’aspetto impeccabile, freddi, meticolosi, iper-organizzati e spietati. Privati di qualsiasi qualità redentrice, incarnano un tipo di male che si cela nella normalità. E, credetemi, è la cosa più “bella” che posso dire di loro.

Per concludere, vi lascio con una citazione dal libro illuminante di Hannah Arendt, Eichmann a Gerusalemme: la banalità del male, che racconta il processo ad Adolf Eichmann. Qui Arendt descrive Eichmann, ma il parallelo con i burattinai del potere oggi è fin troppo calzante:

“Il problema con Eichmann era proprio che così tanti erano come lui, e che i molti non erano né pervertiti né sadici, che erano, e sono ancora, terribilmente e terrificantemente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni legali e dei nostri standard morali di giudizio, questa normalità era molto più terrificante di tutte le atrocità messe insieme, perché implicava – come fu detto a Norimberga più e più volte – che questo nuovo tipo di criminale, hostis generis humani, [nemico dell’umanità] commette i suoi crimini in circostanze che rendono quasi impossibile per lui sapere o sentire che sta facendo del male”.

Ecco la vera minaccia: burocrati così terribilmente normali da non rendersi nemmeno conto del male che fanno, e proprio per questo sono tanto più pericolosi.

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