
Qualche giorno fa ho partecipato ad un interessante convegno di presentazione di un libro scritto da due ricercatori dell’Università degli Studi del Molise: Fabrizio Nocera e Antonio Salvatore.
Il libro si intitola: “La seconda guerra mondiale attraverso le pagine del Risorgimento’ Molise 1943-1944.”
I due studiosi hanno fatto un mirabile lavoro di ricerca di documenti presso archivi e, anche, presso privati, mettendo insieme documenti scritti e fotografici che mostrano una serie di storie all’interno della Storia.
La Storia, quella ufficiale, scritta dai professori, scritta dai vincitori, non sempre riflette le vicissitudini delle persone normali, dei cosiddetti civili. La Storia, così come insegnata e appresa in Occidente è l’insieme di intrecci politici, alleanze e decisioni trasversali prese sulla pelle delle persone. In tal modo si perde l’insieme di tante altre storie che compongono la Storia.
Il coinvolgimento diretto del Molise nella seconda guerra mondiale iniziò alla fine di questa. L’’operazione Avalanche’, con lo sbarco della V Armata americana a Salerno tra l’8 e il 9 settembre 1943, portò il Molise in prima linea.
“Una terra di mezzo tra due schieramenti: i nuovi alleati anglo-americani che risalivano la penisola dopo gli sbarchi in Sicilia e Salerno, e i “nuovi” nemici tedeschi, che, ritirandosi, si assestarono in quello che diventerà il fronte di battaglia sino al suo sfondamento nel maggio 1944. Il Molise diventerà il laboratorio della resistenza ad oltranza, percorsa sia dalle tre linee fortificate, Viktor, Barbara e Bernhard, costruite dai tedeschi per ritardare l’avanzata alleata, che dalla linea difensiva Gustav, che attraverserà i comuni al confine con l’Abruzzo.” (La seconda guerra mondiale attraverso le pagine del Risorgimento’ Molise 1943-1944)
Se, fino a quel momento, la popolazione non aveva avuto problemi dai soldati tedeschi presenti sul territorio, dopo l’armistizio la situazione cambiò radicalmente, con razzie di cibo, animali, oggetti preziosi e “gran parte del territorio fu barbaramente distrutto”(ibidem).
Il generale Kesserling ottenne da Hitler, nonostante vari dubbi e titubanze, il comando nella penisola italiana ed il compito di ostacolare l’avanzata delle truppe anglo-americane. Lo fece utilizzando le normali asperità dell’Appennino centrale, con delle linee ritardatrici.
“In quel periodo il Molise ebbe il triste primato di essere attraversata da tutte le linee ritardatrici e da quella per la difesa di lungo periodo”(ibidem)
Le città e i paesi furono bombardati, cannoneggiati e minati sia dai tedeschi in ritirata che dalle truppe “di liberazione” in avanzata.
Il Molise, anche una volta del tutto liberato dai tedeschi, fu comunque oggetto di bombardamenti da parte degli alleati.
Alleati o nemici?
Con la resa incondizionata, l’armistizio ed il famigerato Trattato di Cassibile, l’Italia perse la propria sovranità e divenne nemica dei tedeschi, nello stesso momento. Le truppe americane, nonostante la resa, bombardarono pesantemente tutte le città sulla direttrice verso Salerno come Isernia, Boiano e Benevento, distruggendole ma non riuscendo a colpire le infrastrutture strategiche, come ponti e ferrovie: a queste pensarono i tedeschi.
Se queste azioni distruttive avevano l’alibi di proteggere le truppe anglo-americane, una volta liberati i territori dalla presenza tedesca, i bombardamenti e raid aerei avrebbero dovuto cessare invece…
“Il bombardamento di Venafro avvenuto il 15 marzo del 1944, invece, può essere paragonato a quello di Caiazzo del precedente 27 gennaio: entrambi furono classificati come ‘errori’ commessi dagli alleati. […]una nebbia fittissima ingannò i piloti […] che, navigando a vista, confusero le due città (n.d.r: obiettivo era Cassino) […] L’avvenimento fu tanto grave che successivamente verrà aperto un procedimento a carico dei piloti statunitensi” (ibidem)
Se alcune distruzioni operate dagli alleati trovano spiegazioni accettabili vi sono dei casi che non sono altrettanto scusabili.
Una frazione di Rocchetta al Volturno, Castelnuovo al Volturno, che aveva subito l’occupazione tedesca tra ottobre e novembre 1943, con la deportazione di uomini di età compresa tra i sedici e i quarantacinque anni, ma le cui abitazioni erano rimaste intatte, “si ripopolò sino al febbraio 1944, quando la popolazione subì il saccheggio delle truppe marocchine”.
L’esercito francese si avvaleva, come avanguardia, di truppe composte da uomini provenienti dalle colonie e sappiamo bene come si comportarono: le cosiddette “marocchinate” sono state descritte con crudo realismo nel film “La ciociara” di Vittorio De Sica, interprete Sofia Loren.
Nel giugno 1944 a Castelnuovo al Volturno fu dato l’ordine di sgomberoagli abitanti: la scusa era una sorta di disinfestazione sanitaria. In realtà, il paese doveva diventare il set di un “combat film” e, dunque, fu raso quasi completamente al suolo.
Il film fu girato tra le macerie e trasmesso “nei cinema americani ad esclusivo uso propagandistico”.
Nell’Archivio di Stato di Campobasso vi sono documenti che testimoniano questo fatto, peraltro riportato anche dai giornali dell’epoca: “Vie Nuove”, “La Domenica del Corriere” e “ABC”, di Nicola Pulejo “giornalista vicino agli apparati di intelligence italiani”.
La guerra arricchisce la guerra uccide

La guerra, qualunque guerra, è decisa a tavolino da pochi attori facenti parte di un gruppo diretto da una cerchia ancora più ristretta. Le motivazioni sono solitamente: il controllo di territori ricchi di giacimenti minerari, oppure importanti crocevia strategici anche per le relazioni geopolitiche, la religione, l’odio razziale…
Queste sono, peraltro, motivazioni che scalfiscono appena la superficie delle devastazioni belliche.
Le guerre servono a ridefinire l’orientamento politico dettato da varie logge internazionali, a spostare l’asse di comando, e a depopolare.
La vittima sacrificale è sempre il popolo. Durante la guerra esso torna ad uno stadio primordiale di sopravvivenza: è necessario pensare solo ai bisogni primari per sopravvivere, non c’è spazio per altro, nessuna aspirazione superiore, nessuna possibilità di elevare le proprie aspettative. Dopo una guerra, le cicatrici nei territori devastati e nell’anima di chi l’ha subìta sono tali e tante che non lasciano spazio ad altro che un legittimo desiderio di ricostruire e dimenticare.
Questo è l’errore: chi non ricorda la storia è destinato a ripeterla.

Quando noi studiamo la Storia, dimentichiamo le storie dei bambini, che, negli anni ‘40-’50, sono stati usati per portare approvigionamenti a soldati e partigiani, perché bassi e non visibili dal nemico, sempre usati per sminare i campi pieni di mine; dimentichiamo quegli uomini, soldati, sacerdoti, cittadini che hanno offerto la propria vita per salvarne altre; dimentichiamo le donne, umiliate e offese perché dalla parte sbagliata, della religione sbagliata, del colore sbagliato, dello Stato sbagliato; dimentichiamo quelle famiglie smembrate, quei soldati che non sono più tornati a casa.
Soprattutto, dimentichiamo, che vi sono ‘famiglie’, che, simili ad avvoltoi, si sono arricchite, hanno partecipato al banchetto degli Stati smembrati ed esautorati della loro sovranità e dignità.
Noi dimentichiamo che nessuna guerra è santa, nessuna guerra è giustificabile, nessun essere umano può essere definito nemico: il nostro nemico comune è l’avvoltoio che soffia sui venti di guerra.
Dimentichiamo che la guerra è contro di noi, esseri umani.
E la guerra continua…

2 comments
Rosa di zinno
Manu!!!!
Che commozione!!
E pensare che ancora oggi e più di ieri, ci sono popoli assediati, sotto minaccia, morti in ogni angolo, noi ,LORO dovrebbero fare non qualcosa ma il più possibile per fermare ogni conflitto!
Pier Luca Scardovi
Complimenti Manuela,ancora una volta x essere andata così a fondo e portarci a conoscenza di verità spesso,anzi sempre tenute nascoste.