
Jeffrey Epstein, al centro di uno dei più vasti scandali di traffico sessuale mai rivelati, fu trovato morto nella sua cella il 10 agosto 2019. Le autorità parlarono di suicidio, ma le circostanze oscure e la posta in gioco sollevarono immediatamente dubbi e teorie del complotto. Epstein non era solo un predatore: era un nodo centrale in una rete di ricatti sessuali che si estendeva nelle più alte sfere del potere, una rete che affondava le sue radici nei decenni precedenti, con figure come Cohn e Rosenstiel che avevano utilizzato metodi simili per controllare potenti.
Questa rete di sfruttamento sessuale e controllo politico non era un caso isolato. Dagli anni ’50, scandali come quello dell’Iran Contra o del lobbista Craig Spence dimostrarono l’esistenza di un sistema di ricatti che coinvolgeva minori, alimentato da figure chiave dell’amministrazione Reagan e da personaggi come Larry King, legato allo scandalo Franklin. Anche organizzazioni caritative come la Covenant House furono coinvolte. Alla base di tutto c’era sempre l’ombra di Roy Cohn e la sua rete di potere, proteggendo segreti inconfessabili con l’aiuto di alleati in posizioni chiave.
La morte di Epstein non chiuse il cerchio, ma svelò una verità inquietante: dietro il mondo del potere e dell’apparente rispettabilità si nascondeva un sistema oscuro di sfruttamento e controllo, una rete che legava criminalità, politica e perversione in modo indissolubile.
In questa terza parte, ci immergeremo nel cuore oscuro di una rete di potere che affonda le radici nell’era del proibizionismo e che si estende fino ai giorni nostri. Samuel Bronfman, fondatore dell’impero Seagram, aveva costruito la sua fortuna sul traffico illegale di alcolici, grazie ai legami con la criminalità organizzata e, in particolare, con Meyer Lansky, il re della mafia ebraica. Quei legami non si dissolsero con il tempo, ma si trasformarono in un sistema sempre più sofisticato di controllo e corruzione, che avrebbe coinvolto personaggi come Leslie Wexner e Jeffrey Epstein.
Al centro di questa rete vi erano figure come Lewis Rosenstiel, che, attraverso il ricatto sessuale, creavano strumenti di potere occulti. Queste tattiche, raffinate e spietate, vennero utilizzate per controllare l’élite politica, finanziaria e mediatica, alimentando una macchina di corruzione che non si fermava mai. Generazione dopo generazione, questo schema di manipolazione si è mantenuto intatto, con Roy Cohn, il machiavellico burattinaio dietro le quinte, e la mafia come guardiani di questo sistema.
Roy Cohn non era solo un avvocato della mafia, era un maestro della coercizione e del ricatto. Sfruttando segreti oscuri, spesso sessuali, Cohn manovrava potenti politici, imprenditori e celebrità, tessendo una rete invisibile ma letale. Quando morì nel 1986, la sua eredità non andò perduta: Jeffrey Epstein ne prese il posto, ampliando quella rete di controllo e creando legami ancora più forti con l’élite globale. Supportato da figure come Leslie Wexner e il Mega Group, Epstein portò avanti lo schema di ricatti sessuali e corruzione, connettendosi a figure influenti come Donald Trump e Bill Clinton.
In questa parte, esploreremo come Roy Cohn abbia costruito il suo impero segreto, intrecciando politica, media e crimine organizzato in un complesso gioco di potere e ricatti, una trama oscura che ancora oggi getta la sua ombra sul panorama politico e finanziario internazionale.
“Roy avrebbe potuto sistemare chiunque in città”
Quando Donald Trump irruppe sulla scena politica nel 2015, la figura oscura del suo mentore, Roy Cohn, riemerse dalle ombre. Fino a quel momento, Cohn era stato relegato ai margini della storia, noto principalmente per i suoi legami con la criminalità organizzata di New York, i suoi affari corrotti e la sua radiazione dall’albo. Tuttavia, l’ascesa di Trump portò alla luce quei dettagli che molti preferivano dimenticare. I media dipingevano Cohn come un uomo ormai impotente, ma la realtà era ben più sinistra. Roy Cohn aveva creato una rete invisibile ma potentissima, che includeva alcune delle figure più influenti della politica, dei media e dello star system.
Le sue famose feste di compleanno non erano altro che un palcoscenico per questo gioco occulto di potere. Celebrità come Andy Warhol, Calvin Klein e Joey Adams si mescolavano con politici di spicco, tra cui l’ex sindaco di New York Abraham Beame e un giovane deputato di Brooklyn destinato a diventare senatore, Chuck Schumer. E poi c’era lei, Margaret Trudeau, madre dell’attuale Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, che nel 1979 partecipò a una delle feste di Cohn, rovesciando persino una torta personalizzata. In queste occasioni, la presenza di Donald Trump era una costante. Il futuro presidente, già allora, si stava formando sotto l’ala di Cohn, imparando i meccanismi spietati del potere.
Era risaputo che chiunque fosse invitato a queste serate esclusive aveva un conto aperto nella cosiddetta “banca dei favori” di Cohn, una rete non ufficiale di debiti e ricatti politici che faceva di Cohn il padrone delle vite degli altri. I suoi legami con gli intrighi sessuali degli anni ’50 e ’80 alimentavano una macchina di controllo che agiva nell’ombra, una forma di coercizione che gli garantiva un’influenza senza pari.
Cohn non limitava i suoi interessi solo al potere politico. Amava anche le notti eccessive di New York, e il famigerato Studio 54 era uno dei suoi territori prediletti. Definito da Vanity Fair come “l’epicentro dell’edonismo degli anni ’70”, lo Studio 54 era un luogo dove cocaina, sesso e bella gente si fondevano in un turbine di eccessi. Cohn, però, non era solo un frequentatore: era anche l’avvocato dei proprietari, Steve Rubell e Ian Schrager, rendendo il leggendario nightclub uno dei tanti strumenti nel suo arsenale.
E poi c’erano le sue amicizie nel mondo dei media. Barbara Walters, che lui amava chiamare pubblicamente “la sua fidanzata”, era solo la punta dell’iceberg. Cohn l’introdusse a potenti giocatori della Casa Bianca di Reagan, tra cui Chad Wick, capo della US Information Agency. Ma Walters non era l’unica figura mediatica a orbitare attorno a Cohn. Il suo impero di influenze si estendeva a giganti del giornalismo come Abe Rosenthal, direttore esecutivo del New York Times, e William Safire, un celebre editorialista. Uno dei suoi più stretti alleati era George Sokolsky del New York Herald Tribune, una figura ben connessa sia con la NBC che con l’ABC, oltre a essere un intimo amico dell’ex direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover. Insieme, Cohn e Sokolsky gestirono l’American Jewish League Against Communism per anni, con Sokolsky che diede il nome alla loro Medal of Honor.
Ma il legame forse più inquietante di Cohn fu con Rupert Murdoch, il magnate dei media che avrebbe rivoluzionato l’informazione globale. Secondo il New York Magazine, ogni volta che Cohn aveva bisogno di fermare una storia o manipolare una narrazione, chiamava Murdoch, e dopo che quest’ultimo acquistò il New York Post, Cohn lo utilizzò come un’arma affilata per i propri scopi. L’amicizia tra i due, come riportato dal giornalista Robert Parry, si basava su un reciproco sostegno a Israele, una causa che consolidò ulteriormente il loro sodalizio. Ma Murdoch non era l’unico gigante mediatico legato a Cohn. Sin dai tempi del liceo, Cohn poteva contare su Si Newhouse Jr., un altro colosso del settore, che controllava Vanity Fair, Vogue, GQ e The New Yorker. Non sorprende che negli anni ’80 Cohn usasse le sue connessioni per ottenere favori per sé e per i suoi alleati mafiosi.
E non era finita qui. Anche altri compagni di scuola di Cohn, come Generoso Pope Jr. e Richard Berlin, erano diventati figure di spicco nel mondo mediatico, rispettivamente come proprietari del National Enquirer e della Hearst Corporation. A completare il cerchio, c’era Mort Zuckerman, un altro magnate dei media, che come Murdoch avrebbe poi stretto un’oscura amicizia con Jeffrey Epstein, alimentando ulteriori sospetti su favori e giochi di potere.
Tra i confidenti di Cohn c’era anche William Buckley, celebre giornalista e conduttore televisivo, che usava spesso i suoi spazi mediatici per attaccare i nemici politici di Cohn, come il procuratore distrettuale di Manhattan Robert Morgenthau. Buckley, che ricevette la medaglia George Sokolsky accanto a Lewis Rosenstiel, un cliente mafioso di Cohn, fu uno dei pochi a restare al suo fianco quando la sua carriera iniziò a crollare. E sebbene Buckley sfuggì alle polemiche, il suo nome continuò a essere legato all’influenza di Cohn.
Non sorprende che Stanley Friedman, un altro stretto collaboratore di Cohn, dichiarò nel 1980 che “Roy avrebbe potuto sistemare chiunque in città”. Ironia della sorte, Friedman finì incarcerato per tangenti e corruzione, confermando che chi entrava nella rete di Cohn raramente ne usciva indenne. Il potere tossico di Cohn continuava a lasciare una scia di distruzione, mentre i suoi alleati più potenti cadevano uno dopo l’altro.
I Segreti Oscuri di Roy Cohn e il Potere Nascosto dietro la Casa Bianca
La “banca dei favori” di Roy Cohn, un’intricata rete di connessioni che collegava la malavita, l’élite finanziaria, le celebrità e i principali influencer dei media, lo aveva reso una figura potente, seppur invisibile. Ma ciò che lo rese davvero “intoccabile” per gran parte della sua vita furono i suoi legami politici, sia con il partito repubblicano che con quello democratico, oltre alla sua stretta amicizia con J. Edgar Hoover, il temuto direttore dell’FBI. Cohn, che aveva forgiato la sua influenza politica negli anni ’50, divenne ancora più potente con l’ascesa di Ronald Reagan.
Sebbene fosse formalmente affiliato al Partito Democratico, Cohn era noto come “aggiustatutto” per i candidati repubblicani. Il suo ruolo divenne particolarmente evidente durante le campagne presidenziali di Ronald Reagan nel 1976 e nel 1980. Fu proprio durante quest’ultima che Cohn incontrò Roger Stone, un giovane e ambizioso consulente politico repubblicano. Stone, un abile stratega con una predilezione per il gioco sporco, divenne uno dei più fidati protetti di Cohn. In un episodio leggendario, Cohn ordinò a Stone di consegnare una lauta tangente nascosta in una valigia alla sede del Partito Liberale, un gesto che segnò l’inizio di una lunga e profonda collaborazione. Sempre durante quella campagna, Cohn entrò in contatto con Paul Manafort, socio di Stone, che sarebbe poi diventato il responsabile della campagna di Donald Trump nel 2016. Cohn presentò entrambi a Trump, gettando così le basi per futuri intrecci politici di vasta portata.
Tom Bolan, socio legale di Cohn e amico fidato, giocò anch’egli un ruolo fondamentale nella campagna di Reagan. Dopo aver presieduto il team di transizione di Reagan nel 1980, Bolan venne nominato direttore dell’Overseas Private Investment Corporation, una posizione influente nel governo. Non si fermò lì: fu anche co-presidente della campagna di Reagan a New York, sia nel 1980 che nel 1984. Grazie a Bolan, Cohn riuscì a mantenere stretti legami con figure potenti come William F. Buckley Jr., giornalista conservatore di spicco, Donald Trump e Rupert Murdoch, il magnate dei media.
Bolan fu inoltre determinante nel far ottenere nomine a giudici federali a personaggi chiave, tra cui Louis Freeh, che sarebbe poi diventato direttore dell’FBI. Cohn, con la sua proverbiale abilità di manovrare i fili dietro le quinte, riuscì anche a far nominare giudici federali amici dei suoi clienti, come Maryanne Trump Barry, sorella di Donald Trump. Dopo la nomina di Maryanne, Trump telefonò a Cohn per ringraziarlo personalmente del favore.
Nonostante non avesse mai ottenuto un incarico pubblico nell’amministrazione Reagan, Cohn non era solo un manipolatore nell’ombra. Lavorava a stretto contatto con personaggi di primo piano come William Casey, all’epoca direttore delle comunicazioni della campagna di Reagan e successivamente capo della CIA. Christine Seymour, la fidata centralinista di Cohn, che lavorò con lui dagli anni ’60 fino alla sua morte nel 1986, ricordava come Casey chiamasse quasi ogni giorno durante la campagna del 1980, segno di una profonda amicizia e collaborazione tra i due.
Un’altra figura influente nella vita di Cohn era Nancy Reagan, moglie del presidente. Seymour ricordava come Nancy parlasse spesso con Cohn al telefono, a testimonianza di un’amicizia così stretta che, quando Cohn contrasse l’AIDS, Nancy fece pressioni su suo marito affinché aumentasse i fondi per la ricerca sull’AIDS. Poco prima della morte di Cohn, i Reagan garantirono a Cohn un posto in un esclusivo programma sperimentale di trattamento dell’AIDS, un gesto che sembrava in netto contrasto con la fredda indifferenza della loro amministrazione verso la crisi sanitaria.
Anche Ronald Reagan, secondo il giornalista Robert Parry, mantenne un rapporto personale con Cohn, elargendogli favori durante la sua presidenza, inclusi inviti alla Casa Bianca e biglietti di ringraziamento. Tuttavia, considerando l’immagine pubblica di Reagan come difensore dei valori della famiglia e leader della destra evangelica, i suoi legami con Cohn potevano apparire insoliti. La verità era che Reagan, come Cohn, aveva legami profondi con il crimine organizzato, in particolare con le stesse fazioni mafiose associate a Lewis Rosenstiel, il mentore mafioso di Cohn.
Simile a Cohn, anche Lew Wasserman, il mentore di Reagan, aveva profondi legami con la mafia. Wasserman, presidente di lunga data della MCA e magnate di Hollywood, non solo sostenne la carriera cinematografica di Reagan, ma giocò anche un ruolo cruciale nella sua elezione a presidente della Screen Actors Guild, un passaggio fondamentale per la sua ascesa politica. Non sorprende che la MCA fosse uno dei principali finanziatori della candidatura di Reagan a governatore della California nel 1966. Una volta che Reagan divenne presidente, la sua amministrazione chiuse in modo controverso un’indagine del Dipartimento di Giustizia sui legami tra la MCA e la criminalità organizzata.
Shawn Swords, nel suo documentario Wages of Spin II: Bring Down That Wall, dipinse un quadro preoccupante: “Ronald Reagan era un opportunista”, dichiarò. “Tutta la sua carriera fu guidata da Wasserman e Jules Stein [fondatore della MCA], che si vantavano di poter fare di lui ciò che volevano”. Questa affermazione trovò conferma in un documento declassificato del Dipartimento di Giustizia, dove una fonte anonima definì Reagan “uno schiavo completo della MCA”.
Wasserman, da giovane, si era unito alla Mayfield Road Gang, guidata da Moe Dalitz, stretto collaboratore di Meyer Lansky, il leggendario boss della mafia ebraica. Secondo l’FBI, Dalitz era una delle figure più potenti nell’impero di Lansky. Wasserman consolidò ulteriormente i suoi legami con la malavita sposando Edith Beckerman, figlia dell’avvocato di Dalitz. Anche Sidney Korshak, avvocato di fiducia e intimo amico di Wasserman, aveva legami con Dalitz ed era stato socio di Lansky nell’Acapulco Towers Hotel. Nel 1976, la rivista New West definì Korshak “il logico successore di Meyer Lansky”. Come Cohn, Korshak era un ponte tra la criminalità organizzata e la società rispettabile.
L’indagine del Dipartimento di Giustizia sulla MCA, che l’amministrazione Reagan fece cadere, era stata presumibilmente innescata dalla scoperta che Salvatore Pisello, membro della famiglia criminale Gambino, stava stringendo affari con la MCA. Non sorprende che Paul Castellano, boss della famiglia Gambino, fosse cliente di Roy Cohn, il burattinaio dietro il potere politico e criminale, sempre abile a muovere i fili dietro le quinte.
Le alleanze segrete di Roy Cohn e il potere mediatico di Murdoch
Sebbene l’influenza di Roy Cohn nell’amministrazione Reagan fosse ormai evidente, così come la sua stretta amicizia con la famiglia Reagan e la loro cerchia ristretta, vi era un capitolo meno conosciuto del suo potere: il modo in cui Cohn aiutò segretamente la CIA negli sforzi di propaganda che sarebbero poi emersi come parte dello scandalo Iran-Contra.
Cohn, già noto per il suo controllo sulla stampa, consolidò rapporti stretti con Chad Wick, il direttore della US Information Agency. Organizzò persino un pranzo in onore di Wick, a cui parteciparono figure influenti della stampa conservatrice, senatori e rappresentanti di spicco. Non molto tempo dopo, William Casey, l’allora direttore della CIA e caro amico di Cohn, avviò una massiccia campagna di pubbliche relazioni per rafforzare il sostegno pubblico alle politiche latinoamericane di Ronald Reagan, tra cui il controverso sostegno ai Contras, un gruppo paramilitare in Nicaragua.
Tale campagna di propaganda interna, tuttavia, era tecnicamente illegale. Per evitare il rischio di scandali e conseguenze legali, la CIA dovette esternalizzare il lavoro al settore privato. Secondo il giornalista Robert Parry, nel 2015 emerse che Wick si impegnò a ottenere finanziamenti privati per sostenere lo sforzo. Pochi giorni dopo, Cohn fece la sua mossa decisiva: portò alla Casa Bianca il suo amico di lunga data, il magnate dei media Rupert Murdoch.
Dopo questo incontro, Parry notò come i documenti pubblicati durante lo scandalo Iran-Contra nel 1987, e successivamente dalla Biblioteca Reagan, dimostrarono che Murdoch fu presto identificato come una fonte di finanziamenti privati per la campagna di propaganda segreta orchestrata da Casey. Questo legame tra Murdoch e l’amministrazione Reagan divenne cruciale: Murdoch non solo divenne il principale alleato mediatico della CIA in questo sforzo propagandistico, ma rafforzò anche la sua vicinanza alla Casa Bianca.
In cambio della sua lealtà e del suo supporto mediatico, Murdoch ottenne enormi vantaggi dalle politiche di Reagan. Il magnate dei media riuscì a espandere notevolmente le sue partecipazioni nel mercato statunitense, e nel 1987, grazie alla sua stretta relazione con l’amministrazione, riuscì a fondare la Fox Broadcasting Corporation, cementando così il suo dominio nel panorama dei media americani.
“L’uomo in smoking nero e un sorriso come un diamante”
Roy Cohn non era l’unico ad orbitare attorno all’amministrazione Reagan mentre conduceva operazioni di ricatto sessuale che sfruttavano minori. Diverse figure, tutte con legami diretti con William Casey, direttore della CIA, e altri confidenti di Cohn, erano coinvolte in simili attività. Uno di questi individui era Robert Keith Gray, ex presidente e CEO della potente agenzia di pubbliche relazioni Hill and Knowlton, che il programma 60 Minutes una volta definì “un governo ombra non eletto” a causa della sua enorme influenza a Washington. Secondo il Washington Post, Gray era considerato “uno dei lobbisti più influenti di Washington” e un giornalista del Post lo descrisse come “una sorta di leggenda in questa città… l’uomo in smoking nero, con i capelli bianchi come la neve e un sorriso come un diamante”.
Ma Gray non era solo un potente dirigente delle pubbliche relazioni. Già stretto consigliere di Dwight D. Eisenhower e Richard Nixon, Gray si era distinto come un abile raccoglitore di fondi per il Partito Repubblicano, capace di raccogliere donazioni a sei cifre. Entrò in contatto con la cerchia ristretta di Ronald Reagan durante la fallita campagna presidenziale del 1976, e poi come vicedirettore delle comunicazioni per la campagna di Reagan del 1980. In questa posizione, Gray lavorava direttamente sotto William Casey, che sarebbe poi diventato direttore della CIA.
Dopo il successo della campagna del 1980, Gray presiedette il comitato inaugurale di Reagan, per poi tornare al mondo delle pubbliche relazioni, gestendo una serie di clienti di alto profilo, tra cui il trafficante d’armi saudita Adnan Khashoggi e il gestore di hedge fund Marc Rich. Quest’ultimo, una risorsa per il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, sarebbe stato graziato in seguito da Bill Clinton grazie all’intervento di figure influenti come Michael Steinhardt e politici israeliani come Ehud Barak.
Il legame tra Gray e William Casey era di particolare rilievo. L’ex senatore del Nebraska e investigatore John DeCamp rivelò che Gray era uno specialista in operazioni di ricatto omosessuale per la CIA e collaborava strettamente con Roy Cohn in queste attività. Non sorprende che Cohn e Gray fossero in contatto, dato che durante la campagna del 1980, Casey, all’epoca capo di Gray, chiamava Cohn “ogni giorno”, come ricordò Christine Seymour, centralinista di lunga data di Cohn.
Gray collaborava anche con Edwin Wilson, agente della CIA e ufficiale dell’intelligence navale, con cui aveva servito nel consiglio di amministrazione di Consultants International, una società di facciata usata dalla CIA. Sebbene Gray avesse tentato di distanziarsi da Wilson dopo che quest’ultimo fu scoperto a vendere illegalmente armi alla Libia nel 1983, una revisione della carriera di Wilson nell’intelligence, portata alla luce dal giornalista Peter Maas, rivelò che Gray considerava Wilson un uomo di “fiducia incondizionata” e che erano in contatto regolarmente già dal 1963.
Mentre Wilson era noto soprattutto per gestire società di facciata per spedizioni segrete della CIA, egli organizzava anche operazioni di ricatto sessuale per l’agenzia, come testimoniato dal suo ex collega, Frank Terpil. Terpil rivelò al giornalista investigativo Jim Hougan che uno dei compiti di Wilson per la CIA era “sovvertire i membri del Congresso… forzandoli a vivere le loro fantasie sessuali in carne e ossa”, spesso registrate segretamente da telecamere gestite dalla Divisione Servizi Tecnici della CIA. Alcuni di quei politici erano ancora in carica anni dopo, mentre le registrazioni restavano nelle mani dell’agenzia.
Secondo Terpil, Wilson operava dal George Town Club, un circolo di élite a Washington, fondato da Tongsun Park, lobbista e agente segreto della Corea del Sud. Il Washington Post riportò che il club era stato creato dalla Korean Central Intelligence Agency per influenzare politici e funzionari americani. Durante le presunte attività di Wilson, il presidente del George Town Club era Robert Keith Gray.
DeCamp concluse che le operazioni di ricatto sessuale di Wilson erano una continuazione delle stesse attività in cui Cohn era stato coinvolto durante l’era McCarthy, insieme a figure come Lewis Rosenstiel e J. Edgar Hoover. Questi schemi, che operavano nell’ombra del potere, collegavano intrighi politici e personali con manovre segrete della CIA e mostravano come Cohn e i suoi alleati gestissero una rete di controllo invisibile ma devastante, capace di influenzare anche le cariche più alte del governo americano.
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